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Gita a Mamoiada

Gita a Mamoiada

   A Mamoiada non ero ancora stato sino alla scorsa settimana. Alla proposta fattami qualche mese fa dall’Associazione dei carabinieri in pensione di Oristano, per una gita alle ultime appendici della Barbagia di Ollolai, diedi subito la mia adesione senza tanti ripensamenti. Avevo stabilito infatti che tale visita sarebbe servita per accrescere la conoscenza di territori ancora dotati di singolarità paesaggistiche, folcloristiche e dialettali di tutto rispetto.

Per portare a termine il mio giro turistico attorno agli interessanti paesi arroccati sulle pendici dell’entroterra montuoso della Barbagia superiore, dovrei ancora programmare in futuro delle accurate visite ai centri di Olzai e Lodine. A Ovodda, Gavoi, Fonni ed Orgosolo sono stato diverse volte in passato mentre risale a qualche giorno la visita fatta a Mamoiada.

E’ ad uno di questi paesi e di quelli che gravitano nelle altre Barbagie, la Barbagia centrale e la Barbagia inferiore, che dovrò assegnare un domani il trofeo di primo della classe. Nel caso che i presupposti per detta consegna venissero meno dovrei ripiegare le mie attenzioni verso altri centri che vanno per la maggiore in campo isolano. Tra i requisiti da far valere a tale scopo predominano il fascino dell’antico, la cultura del linguaggio, i comportamenti umani, le attenzioni per il territorio e le note di alto contenuto naturalistico rilasciate dai mutevoli panorami.

Ma ritorniamo a Mamoiada, il paese al quale a priori ho affidato un’alta probabilità di successo per l’assegnazione del mio titolo ideale. Poco influiranno sul mio giudizio le condizioni di carattere meteorologico che,  stando alle previsioni non sono molto favorevoli alla buona riuscita di Cortes apertas, la manifestazione locale che cerca di coniugare un percorso gastronomico interessato da ben 117 punti di ristoro con una parata in grande spolvero dei mamuthones, i testimonial indiscussi a livello internazionale del carnevale barbaricino.

Con partenza da Oristano, dove piove intensamente dalle prime ore della mattinata, abbiamo modo di fermarci ad Ottana, nell’area di servizio riservata alle brevi soste dei pullman e dei mezzi di trasporto in genere.

Appena lasciata la superstrada per Nuoro il nostro automezzo è già in direzione di Mamoiada. Le piante erbacee di ferula ormai rinsecchite dai caldi estivi faticano a reggersi in posizione eretta e a trattenere la caratteristica sagomatura ad ombrello.

Le rocce di tipo granitico ci danno il benvenuto nella Barbagia di Ollolai e le ampie conformazioni basaltiche sono dietro di noi di molti chilometri. La vegetazione sa del verde intenso del manto perenne dei lecceti e delle tinte autunnali, marrone e rosa, delle chiome degli altri ghiandiferi.

Sono le dieci ed il sole, ormai alto nel cielo, sembra rassicurare i gitanti che la pioggia, a conferma delle previsioni meteorologiche, tarderà a presentarsi da queste parti. E’ previsto qualche rovescio a partire dalle diciotto, ma per quell’ora saremo già sulla strada di ritorno.

Ci troviamo ora nei pressi del campo sportivo, una zona periferica dove stazionano in perfetto ordine mezzi di ogni genere. A occhio e croce saranno  una cinquantina i pullman parcheggiati e diverse centinaia le autovetture in sosta. Ci sarà tanta gente.

Adesso si sale verso il centro abitato su strade ampie e sicure che lasciano intravedere da ambo i lati della carreggiata modesti frutteti  con  frutti di stagione oggetto di desiderio e ammirazione. Mentre concentro la mia attenzione su una pianta di cachi maturi mi accorgo di essere osservato da un signore che, da dietro le tendine della finestra della sua abitazione, sembra compiacersi della mia condivisione.

Si sale ancora prima di raggiungere la prima delle tante tappas gastronomiche. Si inizia con il ritrovo del caffè, poi con la cantina, e che cantina, con la presentazione del pane e dei biscotti e così via in lunga successione con le file dei turisti che, in prossimità dei punti di ristoro e degustazione, si ingrossano in maniera sempre più considerevole. Osservo e vado avanti. Non sono qui per soddisfare capricci di carattere gastronomico. Sono in cerca di emozioni e nutro la sensazione che non mancheranno.

I prezzi sono molto contenuti. Si va dai cinquanta centesimi ai tre euro per ogni servizio riguardante la ristorazione. Si tratta di pasti da consumare in posizione eretta di fronte a dei tavoli e tavolini predisposti all’interno delle abitazioni. Nei vicoli e nelle sedi stradali le bancarelle sono assenti ed il traffico può defluire agevolmente. Per la visita ai musei i prezzi dei biglietti variano dai tre ai cinque euro. Per me over 65 o under 90 vale la tariffa ridotta.

Pochi i posti a sedere sul lungo strada ed i cordoli di alcuni marciapiedi favoriscono talvolta la sosta temporanea di giovani che brindano festosamente alla loro salute.

La plastica utilizzata per le cibarie e le bevande viene riposta accuratamente nei cestini distribuiti in ogni dove. Ma spesso queste regole di buona creanza sono disattese.

A me stanno bene le tappas nelle quali il cliente ha la possibilità di essere servito subito e senza l’obbligo di pazientare più di tanto. Il mio momento arriva verso mezzogiorno nei pressi di una strettoia che presenta il banco delle consumazioni appena oltre la porta d’ingresso. Per l’importo di tre euro, due camerieri in camicia bianca e pantaloni, giacca e cappellino di velluto a tinte scure, mi servono un piatto di lenticchie con della salsiccia, un bicchiere di vino e del pane. Per me sta bene.

Intanto pioviggina. Saluto e me ne vado non prima di aver richiesto il corrispondente in sardo del termine pioggia. Danno entrambi delle risposte ad onor del vero non troppo convincenti e, per portarli al giusto significato del sostantivo richiesto, offro un aiutino. Nontesta hada fattu una bella passada de …. (Stanotte ci sono stati dei grandi rovesci di …). E’ questa una domanda che rivolgo spesso ai gitanti durante la mia permanenza a Mamoiada e dalle loro risposte capisco anche da dove provengono. Per i campidanesi, e formano la maggioranza in questa sagra, il termine acqua è utilizzato anche nel loro dialetto mentre per i logudoresi ed i barbaricini si fa ricorso al lemma abba. Alla stessa richiesta fatta in limba ad una coppia di pacifici gitanti la risposta è stata Spiacenti non capiamo il suo dialetto. Siamo olbiensi e pertanto ci esprimiamo in gallurese.

Verso mezzogiorno arriva la pioggia, anzi tanta pioggia, e ne pago le conseguenze con una pronta ritirata in un bar dove ho modo di cambiarmi dalla cintola in su con indumenti che tenevo riposti nella mia borsa da viaggio. Terminata questa operazione sono di nuovo all’esterno dove il sole sembra aver ricacciato le nuvole oltre le montagne.

Sono tantissime le persone che sciamano sulle arterie principali con gli ombrelli pronti ad essere utilizzati. Nei momenti in cui l’intensità della pioggia comincia a dare qualche preoccupazione mi ritiro in buon ordine in qualche sottopassaggio di fortuna e aspetto che il tempo migliori. Questo serve anche ad evitare di  essere sfiorato in viso dalle insidiose stecche dei parapioggia.

E’ curioso comunque assistere, durante questi scrosci temporaleschi, al fuggifuggi creato dai passanti ed al veleggiare scomposto a destra e a manca dei tantissimi ombrelli. Vorrei poter rappresentare al meglio questo quadro grottesco ma la mia penna non riesce a definire con compiutezza certi passaggi. Mi rifaccio pertanto alla descrizione manzoniana che ha per protagonista Renzo protetto dai monatti contro la folla inferocita che gli dà dell’untore. Io, in quella scena della Milano del Seicento al tempo della peste, rivedo il quadro dei gitanti che ora mi danno le spalle e se la danno a gambe levate. A quell’atto (la messa in fuga degli esagitati fu propiziata dal tentativo di lancio di un indumento cadaverico da parte di uno dei monatti), fuggirono tutti, inorriditi; e Renzo non vide più che schiene di nemici, e calcagni che ballavano rapidamente per aria, a guisa di gualchiere.  Il caratteristico movimento a collo d’oca generato dalla ruota idraulica del mulino rende l’idea della corsa dei turisti in fuga verso i ripari di fortuna.

Ho la possibilità, portandomi sempre più avanti, di fare la conoscenza della peggiore bettola esistente in Barbagia. Questa qualifica in senso negativo del locale, ben evidenziata a chiare lettere su una parete esterna del locale, produce l’effetto contrario e finisce col favorire gli avventori e gli occasionali passanti ad una frequentazione più assidua. E’ un tipico modo di fare pubblicità.

Il bar, che dà su due vie disposte ad angolo retto, presenta da un lato l’ingresso principale e dall’altro una strana apertura, definibile come porta ma anche come finestra, di altezza non superiore ai centocinquanta centimetri e con la base edificata a circa mezzo metro di dislivello dalla pavimentazione stradale. Questo secondo uscio, al momento del mio passaggio, sembra servire da punto di attrazione per un ragazzo sui venti anni che con in mano un calice di vino cerca di tenersi in equilibrio facendo appello a tutte le sue forze.

Con una sbirciatina sulla seconda finestra riesco ad intravedere tanti giovani con i calici sollevati. All’ingresso principale vedo invece le spalle di altrettanti baldi avventori che cercano di raggiungere il banco di mescita. Tra me e loro, una botte in rovere, posizionata in perfetto equilibrio di stabilità, accoglie malvolentieri, sulla groppa della sua superficie superiore, i resti di diverse consumazioni e degustazioni. Tra i tanti  curiosi che stazionano di fronte al caratteristico tzilleri ci sono anch’io.

Non so se sia irriverente l’accostamento con il Cavern pub di Liverpool ma di certo posso segnalare che il punto di comunanza tra i due esercizi consiste nell’impossibilità da parte di chiunque  di poter fare una capatina al loro interno. L’unica differenza sta nel fatto che il locale di Lennon è sempre presidiato all’entrata da custodi incalliti mentre la bettola barbaricina  assume il suo status di massima riservatezza solamente in occasione dei grandi eventi. Almeno queste sono state le mie impressioni e percezioni. Penso che nessuno democraticamente mi avrebbe impedito di entrare nel pub mamoiadino ma sinceramente avrei fatto una fatica inusuale. Quando ripasserò in questi luoghi, in giornate di minore afflusso turistico, cercherò di fare visita a questo pub e vi riferirò.

La probabilità di trovare un posto a sedere aumenta mano a mano che mi incammino in fondo alla via che porta al museo delle maschere. Eccomi accontentato sull’unica panchina posta in aderenza alla facciata della chiesetta in granito di San Giuseppe. C’è posto per me e per altre tre persone.

Nell’architrave della porta d’ingresso una scritta in latino avverte che il tempio è dedicato al Signore e a San Giuseppe. Facendo finta di non capire il significato  dell’abbreviazione D.O.M chiedo in dialetto ad una signora che mi sta di fianco delle spiegazioni. Prontamente, dopo aver allungato il collo verso l’alto, fa la sua lettura e mi rilascia in linguaggio campidanese la seguente spiegazione. Esti sa domu de santu Giuseppe.  E’ la casa di San Giuseppe. E non ha tutti i torti. Si tratta purtroppo della domus dedicata a D(eo), O(ptimo), M(aximo) ossia al Signore, alla sua immensa bontà e grandezza. D.O.M funge da complemento di termine mentre il soggetto (tempio o chiesa) ed il predicato verbale sono sottintesi. La frase nella sua interezza dovrebbe recitare così Hoc templum dedicatum est Deo Optimo Maximo oppure Haec Ecclesia dedicata est ….  Scusate per le mie reminiscenze latine da scuola media.

Di fronte, a distanza di una ventina di metri, c’è il museo delle maschere. Sono tentato di entrare ma preferisco oziare sulla panchina, poi si vedrà. Ci ripenso e mi dirigo nuovamente verso il centro. So anche cosa mi perdo ma inseguire i particolari storici sui mamuthones mi stimolerebbe a compiere degli studi che non mi sento più di affrontare ed approfondire. Una ventina di anni addietro, per definire al meglio la figura di un alto prelato dell’Ottocento, impiegai più di un decennio. Al mio risveglio da questo stato di torpore di tipo archivistico mi ritrovai più spigliato nel decifrare i manoscritti vergati in latino, in catalano e in castigliano ma anche invecchiato. Se tentassi una mia ricerca sulle maschere in oggetto sono certo che approderei a qualche risultato ma non so se riuscirei a risvegliarmi in questo mio pellegrinaggio terreno.

Un modesto contributo in tema di campanacci, i sonagli di lamiera appesi sul corpo dei mamuthones, l’ho dato anch’io con il servizio on line Notizie storiche sui campanacci. A titolo di curiosità potrei oggi definire il valore in euro del materiale ferroso portato sulle spalle di ogni figurante. Considerando che il prezzo medio di un campanaccio si aggira sui cinque euro e che detti sonagli superano la quarantina si perviene ad un importo superiore ai duecento euro.  Questo mio interesse in tale materia deriva dall’aver frequentato con assiduità, intorno alla fine degli anni quaranta, i laboratori di diversi operatori di sonaggias. Le loro fucine, ben tre, distavano in linea d’aria, dall’abitazione dei miei nonni materni sita in Pratza manna, non più di una quarantina di metri.

Sono di nuovo nella parte più trafficata del corso principale e fortunatamente ho ancora la possibilità di trovare dei posti liberi su panche in granito e in legno distribuite in una piccola area in parte soleggiata sul lato strada ed in parte ombreggiata sul confine di un ampio cortile.

Su questa arteria, per le tre del pomeriggio, è prevista la sfilata dei mamuthones  Manca ancora un’ora ma il tempo scorre veloce.

Vicino a me due donne anziane si servono degli smartphone per comunicare con parenti ed amici. Nel frattempo una terza signora facente parte del gruppetto, avanti negli anni ma anche nel peso, non desiste dal fare la spola tra il vicino bar e le amiche per assicurare a se stesse una buona bevuta di vino bianco. Di queste brevi passeggiate ne conto una dozzina, sei per l’andata e sei per il ritorno. Due mezzi bicchieri per ciascuna. Quando la donna si siede ha inizio per il trio un curioso chiacchiericcio condensato di approvazioni, di considerazioni e di compiacenti risate. Sembrano soddisfatte e padrone della situazione. Un farmacista della fine degli anni quaranta si compiaceva di evidenziare a chi lo intervistava di aver imparato a scuola tutto il bagaglio nozionistico andato in dimenticanza. Tutto ciò che non so l’ho imparato a scuola sentenziava. Si sarebbe ricreduto se avesse conosciuto la realtà odierna. Oggi infatti le tre arzille vecchiette, con il cellulare bene in vista, possono affermare di avere tutto il mondo a portata di mano.

Uno sguardo ai passanti mi permette di inquadrare per l’ennesima volta un signore che conduce al guinzaglio un cane di grossa stazza dal manto color beige e con un vistoso collare in pelle trapuntato di stellette mentre la probabilità di  rivedere tre cani di piccola taglia, che non stanno in sé dalla gioia di essere portati a spasso, è pressoché nulla in quanto avverto che il tempo della mia permanenza a Mamoiada sta per terminare. Mi riferiscono che appartengono alla razza dei carlini, curiosi quattro zampe con il muso in retromarcia. Sembra che abbiano sbattuto violentemente la faccia contro una parete. Di un altro cane avvistato in mattinata nel suo ampio recinto, durante il mio ingresso all’abitato, ho notato il suo curioso atteggiamento nel corrispondere alle affettuosità dei gitanti. L’animale, che io intravedevo soltanto di spalle, si presentava in posizione eretta con una zampa ben aderente ad un pianale molto precario e le altre tre alla ricerca degli appoggi necessari a superare gli ostacoli di una recinzione muraria molto impegnativa ed insidiosa.

Una nuova sferzata di pioggia mi costringe a rimediare presso il sottopassaggio che mi sta di fronte oltre la strada. Vedo che sono in tanti a condividere questo mio comportamento. Siamo quasi stipati in poco spazio. Mia moglie preferisce starsene con l’ombrello nella piazzetta dalle diverse panchine ora libere. Nell’attesa che la situazione migliori c’è anche chi, incurante della pioggia, continua a inseguire i percorsi gastronomici e culturali. Scusi, mi chiede un signore sulla quarantina, sa dirmi dove si trova la tappa numero 64?  Gli rispondo che non lo so. Da un veloce sguardo al programma della manifestazione riesco a capire che l’ubicazione richiestami è definita in un vico del Corso Vitt. Em. III e che in tale postazione insistono tre punti di ristoro dei quali

  • Il primo cura la vendita di creme, liquori e grappe
  • Il secondo presenta un menù a base di lumache al sugo e corrabbacca (lumache al peperoncino)
  • Il terzo patata arruvià (patate fritte locali)

Presumo, data l’ora tarda per la ristorazione, quattordici e trenta circa, che l’ignoto e frettoloso ospite, forse un laziale, intenda fare scorta di qualche bottiglia di grappa.

Ho la sensazione, osservando attentamente certe nuvole minacciose, che la mia gita stia proprio per concludersi. Decido, ad evitare il peggio, di incamminarmi con passo deciso verso il pullman senza peraltro evitare di fare una capatina alle tappe non ancora visitate.

Gli ultimi esercizi nei quali ancora mi soffermerò trattano salumi, formaggi, pane sfogliato e dolci. Non c’è alcuna ressa all’interno della distinta salumeria e gli addetti alla vendita sono pronti a servirti con signorilità. L’alto tasso di colesterolo che talvolta mi perseguita mi induce a declinare anche l’invito per un semplice assaggio. Al mio Chergio nudda (Desidero niente), un inserviente prontamente risponde  Non sai che cosa ti perdi.

Ed eccomi nel magazzino del pane. Pane lentu per la precisione, ossia pane sfogliato. Il locale, adibito per l’occasione a negozietto, è servito all’ingresso da una ampia apertura e, all’interno da tre pareti di cui le laterali spoglie di qualsiasi oggetto e la frontale ricoperta per buona parte da un paravento bianco. Il personale di servizio, posizionato in una breve striscia di pavimento tra il separé ed il bancone, è formato da due donne anziane in continuo movimento e da una giovane coppia in stato di riposo momentaneo. Ciascuno degli addetti ai lavori è pronto all’occorrenza a soddisfare le richieste di una clientela per il momento sporadica. Lo spazio riservato al pubblico, una ventina di metri quadri in tutto, è utilizzato da una sedia temporaneamente impegnata da una signora del luogo, da alcune ceste ripiene di strane zucche formato Hallowen, dalle geometrie di movimento di due bambini che giocano con un pallone mezzo sgonfio e dalla presenza di tre o quattro clienti fra i quali mia moglie ed io.

Durante i brevi tempi di consegna  del pane, mi permetto di chiedere ad una delle due donne qualche notizia sulla preparazione della carta da musica. Con molta disponibilità e gentilezza, l’intervistata mi riferisce quanto segue:

  • In una prima fase il pane lievitato va messo sul piano di cottura
  • In una seconda fase deve essere ritirato dal forno non appena raggiunto il punto massimo del rigonfiamento
  • In una terza fase il pane va ritagliato con le forbici lungo la linea di separazione tra la superficie inferiore e quella superiore
  • In una quarta fase le parti ottenute, impilate a mo’ di libro, diventano pane lentu.

Se queste sfoglie, o fogli formato libro, vengono rimesse al forno per il tempo di pochi secondi il pane diventa carasau o carta da musica. Una variante del carasau è data dal pane guttiau ossia sgocciolato con dell’olio.

Fra le curiosità di carattere linguistico colpiscono la mia attenzione, durante la conversazione, i termini fuoco, occhio ed uovo che nel dialetto della Barbagia centrale ed in molti altri dipartimenti sono rappresentati dai termini fogu, ogu ed ou mentre nel linguaggio della Barbagia superiore diventano ohu (con la acca sostituita da un colpo di glottide), ocru ed ovu.

La consulenza rilasciatami nella breve intervista vale tanto per me, molto di più della spesa sopportata nell’articolo richiesto, in quanto mi permette di apprezzare e gustare con maggiore disponibilità e compiutezza la melodia dei versi di Sa Cozzula (La focaccia), la celebre canzone popolare del Coro Ortobene di Nuoro.

Ecco i primi due endecasillabi:

A’nde cheres de cozzula Iubanna

(Vuoi Giovanna della focaccia)

Si no t’hamus a dare pane lentu

(altrimenti ti daremo pane sfogliato)

   Per potersi deliziare della musica, della traduzione dell’intero testo e della visione dei coristi è sufficiente digitare sul cellulare  la seguente dicitura: Sa Cozzula.

A conclusione di questa breve gita a Mamoiada sento di stendere un breve sommario con le seguenti considerazioni:

  1. La visita ai vari punti di ristoro è stata molto interessante. Mi è sembrato di assistere a delle lezioni di Politica economica più che di Economia politica. Lezioni pratiche e non teoriche. Preciso meglio il concetto affermando che l’Economia sta alla Politica come la Storiografia sta alla Storia, come la Statica sta alla Dinamica o anche alla Cinematica, come l’essere sta al dover essere, come il dire sta al fare. E tra il dire e il fare c’è il percorso in itinere effettuato dai solerti operatori economici di Mamoiada.
  2. Ancora interessante la visita per i concetti rispolverati di Matematica applicata ai problemi di scelta di ogni singolo operatore. Spinti al limite i concetti di marginalità dei costi, dei ricavi e della produttività. Il punto di pareggio reddituale, il cosiddetto break even point, sembra essere raggiunto e superato da tempo. Ora si cerca di raggiungere migliori risultati con le prossime edizioni.
  3.  Per quanto riguarda l’aggiudicazione del trofeo di primo della classe, ritengo di non assegnare ancora il premio ideale per il mancato raggiungimento degli obiettivi proposti. Il borgo incantato esiste in Sardegna ma ancora non ho avuto l’opportunità di visitarlo.

Mi inseguono intanto, mentre ritorno a casa, altri due versetti di Sa Cozzula:

In s’ortu meu bi pianto canna

(Nel mio orto pianto canne)

chi cando creschet la moghet su bentu

(che quando crescono sono smosse dal vento)

Categorie:Argomenti vari Tag:
  1. 17 Novembre 2017 a 11:57 | #1

    Ci sono stato anche io, qualche anno fa. Sono posti veramente splendidi, con una magia unica.

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