Home > Argomenti vari > L’isola di Tavolara

L’isola di Tavolara

L‘isola di Tavolara

   Sto per giungere a Porto San Paolo, una località del Nord Est della Sardegna ad una trentina di chilometri a sud di Olbia. La Costa Smeralda è molto vicina ma sempre molto lontana dalle mie aspettative. Affermo di non esserci mai stato e non so quando mi capiterà di porvi piede. Ad onor del vero ho fatto la mia comparsa diverse volte quando detta regione era ancora orfana di detta denominazione.

Il pullman, dopo aver attraversato i centri di Posada, Budoni e San Teodoro ed essersi lasciato sulla scia quadretti di terre incolte che sanno tanto di macchia mediterranea asservita sui bordi della strada da una infinita successione di arbusti spontanei di oleandro e di piante rinsecchite di ferula, sta per concludere la sua corsa. Quando mancano pochi chilometri all’arrivo eccoti la sorpresa: l’isola di Tavolara appare di fronte a te in tutta la sua bellezza, in tutta la sua severità, in tutta la sua singolarità. E’ un momento di grande emozione non solo per me ma anche per i passeggeri che dai finestrini del pullman si agitano per fotografare la montagna che si eleva con solennità dal mare. Non penso che vivrò durante questi miei tre giorni di vacanza altri istanti di massima concentrazione e condivisione. Avrò modo di fare diverse letture da altre angolazioni ma l’immagine che colgo da questa postazione è irripetibile per l’effetto sorpresa e per l’effetto stupore. Sorpresa per l’anticipo rispetto ai tempi di viaggio programmati e stupore per il suo grande impatto scuro su un cielo tappezzato d’azzurro. Il nero della montagna è la tinta predominante.

Quando arrivo a destinazione ho modo con tutta tranquillità, in attesa di prendere il battello che mi condurrà alla visita dell’isola, di cogliere le impressioni degli altri e di confrontarle con le mie.

Intanto qualcuno mi istruisce che le dimensioni sono di un chilometro per la larghezza, sei per la lunghezza e 550 metri per l’altezza. Mi riferiscono che di fronte ho la facciata più interessante. Dalla distanza di sei chilometri rilascia una configurazione a trapezio isoscele con la base maggiore che pesca nell’acqua, i lati obliqui che sul lato destro guardano alle piccole spiagge della terraferma e su quello sinistro verso il mare aperto e la base minore che assomiglia alla maschera carnevalesca indossata da un mamuthone. Se ti sposti di qualche decina di metri rispetto alla tua postazione i connotati geometrici cambiano e rilasciano altre immagini. Sono comunque tanti ad intravedere  la figura piana del semicerchio.

Passando al paragone con delle figure animali, sempre associando i momenti di stupore ed imprevedibilità, non ho difficoltà a definire la montagna che mi si defila ad oriente  un capodoglio che emerge dall’acqua durante le sue evoluzioni.

Quando il barcone farà il suo giro nell’isola, lungo lo specchio d’acqua che guarda la terraferma, avrò modo di ammirare:

  • le bellissime falesie che precipitando a picco sul mare da altezze notevoli si specchiano in continuazione su piscine incontaminate. Mi verrebbe voglia, sempre che il battello osasse accostarsi oltre i limiti consentiti dai regolamenti che impediscono di avvicinarsi a meno di un metro da queste lucidissime pareti di natura calcarea, di toccarle con le mani.
  • le diverse unità di cormorani ospitati sulle parti emergenti di alcuni scogli. Quelli che riesco a contare, una dozzina in tutto, sono impettiti sull’attenti come se volessero rendere gli onori al nostro passaggio
  • le diverse decine di piccoli muggini che rigano la superficie dell’acqua per guadagnarsi i bocconcini di pane favoriti dal personale di bordo del natante. Sembra che giochino a pallanuoto
  • i bassi fondali che in ogni tratto restituiscono all’osservatore immagini di trasparenza e di limpidezza
  • i formati a semisfera delle dismesse fornaci di calce realizzate a pochi metri dall’acqua. Per colore e costruzione assomigliano a degli igloo.

Durante questa breve escursione marina avrò modo di apprendere dalla guida del battello che il sottobosco presente nell’isola favorisce la sopravvivenza delle capre, un tempo governate dall’uomo ed ora allo stato libero, e della berta minore, l’uccello che continua a nidificare negli anfratti rocciosi più arditi nonostante le insidie mosse alle sue covate dal ratto nero. E’ giusto derattizzare il territorio o lasciare che la natura faccia il suo corso?  Intanto mentre le discussioni si fanno sempre più accese la berta continua a deporre un solo uovo all’anno ed il topo ad infastidire la numerosa colonia di questi uccelli acquatici. C’è anche la lucertola rossa, avverte la guida.

Quando l’imbarcazione ci favorisce l’ingresso nell’isola mi accorgo che il nero predominante segnalato dalla banchina del Porto di San Paolo non è più avvertibile. Penso si sia trattato della vasta zona d’ombra creata dal sole ancora basso sull’orizzonte.

Ora mi trovo sulla base della montagna con il lentischio, il mirto e l’elicriso che mi inseguono dappertutto lungo i sentieri segnati per i turisti. Sono presenti anche molte piante tipiche della macchia mediterranea quali l’olivastro ed il ginepro.

Noto che alcuni vacanzieri cercano di studiare il territorio con timidi avanzamenti verso la zona delle falesie ma la maggior parte di essi preferisce sostare nelle aree riservate alla ricezione, alla ristorazione, al cinema all’aperto e al cimitero del re di Tavolara. Per la visita a quest’ultimo sito si fa avanti una guida locale che in tutta fretta dà precise indicazioni sul re e sui parenti ospitati nel piccolissimo camposanto. Una quarantina di metri quadri in tutto per pochissime tombe ivi compresa la sepoltura di un appartenente alla religione ebraica. Fanno testo di detti rituali le numerose pietre deposte sulla lastra di copertura. Faccio omaggio anch’io alla salma con una pietra raccolta dalla nuda terra.

Rivedrò ancora l’isola di Tavolara dalla terraferma sostando sulle numerose spiagge che stanno nei dintorni. Ma quanta sabbia e quanti bagnanti in questa prima settimana di ottobre. Vado convincendomi che questi meravigliosi arenili, efficacemente protetti contro le mareggiate dalle gigantesche pareti dell’isola, conserveranno a lungo la loro consistenza.

Rivedrò ancora la grande montagna dall’alto dei vari promontori che costeggiano il mare ed in questo giro a semicerchio non posso fare a meno di osservare le tante villette, singole, binate e a schiera, appollaiate sui dorsali delle colline circostanti. Sembrano spuntare curiosamente da dietro la vegetazione per far capolino su scenari da favola.

Oh quante belle ville, Madame Sardé! Oh quante belle ville! Distribuite intorno alle varie pertinenze di San Teodoro saranno più di un migliaio. E che gusti e abbinamenti. Non mancano le materie prime per l’edificazione quali il basalto e il granito e gli accostamenti architettonici sono maggiormente posti in risalto dagli stipiti ed architravi delle aperture. Nel resort che mi ospita, l’ingresso è dato da quattro colonne bianche in stile dorico che sorreggono con i loro abachi una copertura con diverse capriate in legno. Non manca soprattutto il denaro in una regione dove la maggior parte delle squadre di calcio di tanti piccoli paesi milita in Eccellenza, Serie D e Lega pro.

Ironia della sorte non ho notato nessun nuraghe in questa mia breve permanenza in Gallura. In compenso, facendo una visita al Museo del mare di Olbia, ho potuto farmi un’idea più chiara e precisa su queste strutture risalenti al paleolitico e neolitico. Devo anche ammettere di aver imparato tanto dalla viva voce delle guide museali le quali sono riuscite, con tatto e padronanza, servendosi dei pannelli ben distribuiti nelle varie sale, a sensibilizzare efficacemente l’attenzione dei visitatori verso i periodi più lontani della nostra isola maggiore.

Categorie:Argomenti vari Tag:
  1. Nessun commento ancora...
  1. Nessun trackback ancora...
Codice di sicurezza: