Sulla bontà del torrone

26 Settembre 2016 Nessun commento

Sulla bontà del torrone

   Penso di aver trattato a sufficienza l’argomento torrone nel servizi Turrones e turronargios in Tonara  e ateru logu e Da Tonara a Samarcanda per cui ritengo di non aver nulla da aggiungere se non in termini di qualità del prodotto.

Che l’articolo tonarese  abbia varcato da tempo i confini isolani e quelli italiani è fuor di dubbio, che goda di un notevole apprezzamento da parte dei migliori intenditori è altrettanto notorio, che il volume esportato raggiunga livelli sempre più elevati è ampiamente documentato e giustificato dai dati statistici ma penso forse che in quanto a bontà e qualità si possa ottenere qualcosa di più, quel qualcosa che una settantina di anni addietro rendeva detto dolce insuperabile.

Non posso dimenticare di un breve assaggio di tale leccornia il giorno in cui fui cresimato. Ciò avvenne nell’abitazione di mio padrino, un torronaio del rione di Tonèri. Era l’anno 1948. A chi intenda obiettare che in quel dopoguerra i sapori e gli odori erano esaltati anche dalle pietanze più umili risponderò al riguardo che nello stesso anno a Natale mi fu offerta una piccola fetta di panettone che rispondeva esattamente agli stessi gusti che si possono riscontrare e provare al giorno d’oggi.

Forse era merito del combustibile, usato allora nella cottura dell’impasto di albume d’uovo, miele e frutta secca, se il prodotto finito riusciva ad ottenere delle quotazioni superiori. Penso proprio che l’agrifoglio, in dialetto sardo alasi, da molti decenni dichiarato pianta protetta, fosse l’elemento determinante a far schizzare l’ago della bilancia il più in alto possibile.

Ed ora qualche aneddoto per significare quanto sia  radicato nell’animo non solo dei produttori ma anche degli estimatori di alcuni centri di produzione il concetto di bontà superiore. Non mi riferisco naturalmente ai tonaresi i quali, per difendere una egemonia e credibilità indiscussa in Sardegna, cercano di servirsi del superlativo assoluto anche a livello planetario.

Ma ho sentito anche altre campane di cui propongo le seguenti versioni:

a)      Girando per le sagre paesane dell’isola, dove il torrone rappresenta il dolce più gettonato, mi è capitato in un’occasione di assistere ad una curiosa conversazione su detto articolo tra alcuni avventori. Riferiva uno del gruppo di poter affermare, dopo aver girato per i mercati di mezzo mondo, che il torrone più saporito fosse quello di Ales, il suo paese. La moglie, una cremonese, gliene dava atto senza riserva alcuna. Eppure Cremona…

b)       Durante una gita in Portogallo ricordo di aver fatto la conoscenza di due coniugi spagnoli provenienti da Alicante, la cittadina interessata a confezionare il torrone già dal sedicesimo secolo. Nella discussione mi ero permesso di segnalare loro che detto articolo vantava  origini africane. Mai l’avessi detto. Non gradirono la mia affermazione e si arrabbiarono. Non era il caso. Eravamo a Fatima, un luogo di preghiera dove le nostre insignificanti prese di posizione stavano perfino degenerando sino a turbare la coscienza di alcuni pellegrini.

c)       Per alcuni rivenditori di Porto Vecchio il miglior prodotto in quanto a qualità è naturalmente quello corso. Inutile fare discussioni.

d)      Ho assaggiato del torrone anche nelle bancarelle di  Samarcanda e in tale occasione la mimica gestuale mi permise di condividere la bontà della mercanzia senza poter nulla commentare. Ricordo benissimo che la rivenditrice, sentendosi molto onorata, ricambiò con un ampio sorriso, vistosamente offuscato dal rivestimento in oro degli incisivi dell’arcata superiore.

e)      Voglio riprendere il discorso con Cremona, la città consegnata alla storia con i simboli delle tre t dialettali che in italiano fanno torrone, Torrazzo e seno fiorente, per ricordare uno scambio di doni avvenuto tra due commissari d’esame conosciutisi a Roma una trentina di anni addietro,  uno di Tonara ed uno del citato capoluogo lombardo. L’omaggio del sardo costituito da un pacchetto di torrone, orfano di qualsiasi indicazione, fu ricambiato nel tempo con un‘equivalente scatola dello stesso prodotto formata da ben ventiquattro astucci con sulla testata un monumento o un personaggio della città di Cremona. La differenza tra le due confezioni, a prescindere dalla bontà del contenuto, stava  tutta nella pubblicità. Non so come si proceda oggi a Tonara,  con la presentazione del prodotto in questione ma certamente si saranno fatti notevoli passi avanti. E con il centro del nuorese dalle quattro t (Toni, turrones, taulas e tracas = Su Toni, torroni, tavole e campanacci) abbiamo per oggi terminato.

Tonara. Cortes apertas. Toni, Titoni e Sant’Antoni

25 Settembre 2016 Nessun commento

Tonara

Cortes apertas 2016

 

 Toni, Titoni e Sant’Antoni

 

   Toni e Titoni stanno per attrazioni paesaggistiche mentre Sant’Antoni rappresenta un quartiere dell’abitato. Sono questi  fra i migliori biglietti di presentazione del comune di Tonara.

Se il titolo di questo servizio fosse stato Toni, Titoni e buontemponi avrei dovuto trattare della vivacità e della abilità discorsiva dei tonaresi facendo riferimento al riguardo ad uno solo di essi, uno che nel percorso della sua vita, peraltro non benigno in quanto a salute e condizioni economiche, seppe trasmettere giuste dosi di ilarità e comicità a certi quadretti del suo mondo societario. A lasciare traccia del suo passato da buontempone sono, oltre ai diversi sonetti della sua produzione, i curiosi soprannomi da lui affibbiati negli ultimi decenni dell’Ottocento a diversi suoi concittadini, nomignoli che ancora oggi, tramandati di padre in figlio, godono del rispetto della continuità temporale. Ma il tema di questo reportage non intende scomodare per ora il noto personaggio che risponde al nome di Peppino Mereu.

Su Toni

   Ho già trattato di questo avamposto naturale, incastonato nella vallata che divide le ampie regioni del Mandrolisai e della Barbagia di Belvì, nel servizio dedicato a Martzulè.

L’impressione che io normalmente ricevo nel sostare di fronte all’imponente rupe calcarea è quella di una nave di grossa stazza che, prima di essere varata, attende in posizione immobile l’intervento della madrina per il lancio della classica bottiglia di champagne.

Su Toni, a guisa di prua dell’ipotetico bastimento, rappresenta l’ultima appendice dell’altopiano su cui poggia Su Pranu, il rione più popoloso dell’abitato. A poppa è Pischinartui, una zona considerata sempre una res nullius sino all’entrata in funzione, negli ultimi decenni del novecento, di un impianto di lavorazione del pietrisco.

Al centro di questa area pianeggiante, una superficie dell’ordine di diversi ettometri quadrati, si erge maestosa una montagnola che noi di Tonèri, il vicinato che sta sotto il tòneri, abbiamo sempre chiamato Su Noratziu mentre per molti altri vale il nome di Su Nuratze. Sono diverse le testimonianze che depongono per la tesi dell’esistenza in passato di un nuraghe in prossimità della vetta. Alla base di detto rilievo collinare, la cui sommità non supera i 1000 metri, sussiste una area di notevole interesse archeologico i cui reperti vengono regolarmente indirizzati al museo di Teti.

Il vicinato di Su Pranu, proteso a salvaguardare gli estremi limiti abitativi della grande scarpata, va ad occupare solo una piccola parte di detta area, quella più vicina al paese.

Titoni

   Il breve tracciato che dall’altopiano porta al vicinato sottostante di Tonèri, passando per il tortuoso inghiottitoio generato dalle sporgenze estreme del tacco calcareo di SuToni, è definito con il nome di Titòni.

Detto passaggio, che nel secolo scorso sapeva molto di mulattiera, è oggi decisamente più agibile per i pedoni ma non altrettanto per i rari automobilisti i quali, nell’affrontare le forti pendenze, devono prestare la massima attenzione.

Non so quanti del vicinato o dell’intero abitato si siano mai serviti di detta scorciatoia. Certamente la minoranza. Eppure lo spazio da percorrere forse non supera i trecento metri. Ne vale la pena avventurarsi almeno una volta in questo percorso del tutto singolare.

Sant’Antoni

   E’ il quartiere residenziale più in dell’abitato. Le prime edificazioni, realizzate dopo la costruzione della chiesetta del santo patavino intorno alla metà del settecento, sono servite da anello di congiunzione con il grosso rione di Arasulè.

Durante gli ultimi cinquanta anni del secolo scorso il plesso abitativo residenziale è stato rimontato dal basso dalle nuove costruzioni dell’antico rione di Toneri e abbordato di lato dalla nuova frazione di Su Pranu.

Oggi a Tonara i vicinati sono quattro: Arasulè, Su Pranu, Toneri e Teliseri. Sarebbero stati cinque se fosse esistito ancora Ilalà, ma detta frazione è stata abbandonata dai suoi abitanti intorno agli anni trenta.

Sant’Antoni avrebbe dovuto e potuto assurgere da tempo alla posizione di nuova frazione tonarese ma questo passaggio non è mai avvenuto. Il suo aggregamento al vicinato di Arasulè sta per molti, dal punto di vista geografico, come una nota stonata. In effetti resta come una zona  franca che condivide le estremità del suo territorio con gli altri vicinati.

Per la prossima edizione di Cortes apertas, in programma nei primi due giorni di ottobre di questo 2016, sarà possibile verificare di persona i lati paesaggistici e culturali del percorso denominato Toni, Titoni e Sant’Antoni.

Martzulè

20 Settembre 2016 Nessun commento

Martzulè

   A sud ovest dell’abitato di Tonara, dopo le ultime case della contrada di Murù, è già Martzulè, una regione a vocazione agricola molto sofferente. Per quelli che risiedono nel popoloso rione di Su Pranu, nella zona dell’altopiano, la vicinanza è più marcata ma a patto di inseguire il tracciato in forte pendenza che si incunea tra le pareti rocciose dell’imponente tòneri.

Precisiamo che il tòneri rappresenta la propaggine più evidente della catena montuosa che a mo’ di corona modella le dorsali dei versanti della grande vallata su cui gravitano i territori di Aritzo, Belvì e Tonara. Per avere un’idea di questo avamposto di natura calcarea si potrebbe ricorrere ad uno spicchio di torta adagiato su di un vassoio di forma ovale con l’angolo  al centro rivolto verso il bordo del contenitore e con l’arco alla circonferenza modellato sul fondo del piatto. A detto monolito dalla superficie superiore somigliante ad un settore circolare potremmo assegnare un’apertura angolare di una decina di gradi, il tanto sufficiente per permettere a 36  equivalenti ed ipotetiche porzioni di ricoprire buona parte del vasto invaso ellissoidale con gli assi maggiore e minore pari a diecimila metri ed un chilometro. Resterebbe scoperto al centro dell’avvallamento lo spazio volumetrico corrispondente ad un solido di forma tendenzialmente cilindrica con misure rispettive di raggio e di altezza di circa 200 e 250 metri. Naturalmente l’approssimazione di detti valori è tutta da giustificare.

Come precisato Marzulè resta in fondo al tòneri con una visuale ridotta, per i patiti di inquadrature panoramiche, di circa 180 gradi.  E’ come stare a teatro. L’anfiteatro vale solamente per chi staziona una settantina di metri più in alto nell’area dell’altopiano.

Di spalle all’osservatore, ma dietro le quinte, operano gli oscuri ed inesplorati camminamenti di Uccaedrò, la grotta  orfana di storia e di leggende.

Alla destra la strada portava e porta ad un bivio:

a)      in alto inseguiva un percorso sinuoso costellato di terra rossa, di ciottoli di natura calcarea e di filamenti d’argilla. Di questa ultima materia prima soleva servirsi, intorno agli anni cinquanta, Tzitzitu, un fabbricante di campanacci di Toneri ancora alle prime armi, per la confezione dei coperchi per i crogioli. Questa mulattiera mi permetteva di raggiungere in breve tempo, partendo da Pratza manna, dopo aver superato Tugurui, S’Argiola ‘e sa serra, Pischinartui e Latzarasà, i castagneti di Su Calavrige;  

b)      in basso un tracciato più spendibile costituito da un manto formato in prevalenza da scaglie scistose color peltro conduceva, dopo aver superato Utzasè, altra regione priva di conforti idrici e rappresentata unicamente da rade estensioni di frutteti, verso la regione ad alta vocazione castanicola denominata Su Pardu.

Alla sinistra le ultime case di Murù ancora abitate si consegnavano all’aperta campagna con i numerosi orti bagnati dall’omonima fonte.

Al centro restava Martzulè con i pochi poderi segnati nei vari declivi da brevi terrazze e dalla presenza di grossi massi rocciosi.

Più in basso la regione di Itzi, appena dopo gli orti di Murù, si esprimeva verso il fondovalle con il verde dei suoi noccioleti.

Il mio appezzamento di terreno, della superficie non superiore ad una ventina di are, era ubicato sotto la strada ed era servito da un cancelletto che nessuno utilizzava. Forse era stato impiantato per favorire il passaggio ed il transito degli animali da tiro. La recinzione si avvaleva di una infinita quantità di pietre recuperate dal terreno e riposte lungo  un confine che non cresceva mai in altezza ma soltanto in larghezza. L’accesso da parte di chicchessia non creava mai alcuna difficoltà. Più curata la recinzione nel lato sud dove la terra di riporto rimossa dall’alto favoriva una maggiore compattezza della edificazione muraria ed una discreta conservazione nel tempo del manufatto. Le definizioni nei lati est ed ovest erano espresse da un abbondante vegetazione di rovi che impediva per molti tratti la visione delle proprietà confinanti.

Le mie frequentazioni al podere erano motivate soprattutto dalla raccolta delle favette nei mesi di marzo ed aprile, dalla bacchiatura delle mandorle a fine estate e  dalla coltura dei fichi nei mesi di settembre ed ottobre.

I mandorli, due piante di età matura ubicate nel primo fazzoletto di terra della terrazza superiore, potevano garantire la produzione di cinque o sei imbuti (venticinque o trenta litri) di frutta secca.

Le due piante di fico andavano ad occupare due aree ben distinte del fondo: la prima, ben visibile dalla strada, ergeva il suo fusto contorto tra due imponenti blocchi rocciosi mentre la seconda, un albero più giovane, sviluppava la sua conformazione  fogliare in uno scoscendimento in forte pendio.  Fichi verdi per l’albero in prima fila e fichi neri per quello posizionato più in basso da condividere nel sapore e nel gusto con il palato degli indesiderati ospiti, ossia di quanti, in quel periodo, riuscivano a servirsi senza il permesso del padrone.

Non mi risulta che da parte della Chiesa, ai fini della concessione di piccoli mutui, siano mai state accese delle ipoteche sui terreni brulli e sassosi di Martzulè. Forse in passato erano considerate res nullius, terre di nessuno, terre incapaci di offrire il minimo reddito.

Toneri. Dietro gli angoli delle mie contrade

16 Settembre 2016 1 commento

Dietro gli angoli delle mie contrade

Furriadas e furriadorgios

   A Toneri, antico rione dell’abitato di Tonara, le animazioni tra giovani ed anziani avvenivano sempre negli stessi luoghi frequentati dalle generazioni precedenti. Il passaggio di consegne tra vecchi e nuovi arrivati assicurava il principio della continuità dell’assembramento con molta  naturalezza e spirito di amicizia.

In qualsiasi ora della giornata del periodo a cavallo degli anni cinquanta e sessanta, eccezione fatta per i casi di avverse condizioni atmosferiche, si avvertivano in questi punti di ritrovo le testimonianze dirette della vitalità e della quotidianità delle contrade di appartenenza.

Per Murù, il quartiere incassato nelle ultime scarpate dell’impettito ed autoritario tòneri, il capannello stazionava sui bassi muretti antistanti il basso greto del corso d’acqua, prevalentemente all’asciutto, generato dalla regione denominata Cracalasi.

Per Maria Pra valevano i diversi posti a sedere sulle soglie d’ingresso delle abitazioni prossime alla fontanella pubblica.

In Pratza manna i crocchi di persone si distribuivano abitualmente attorno al tabacchino ed al negozio di alimentari dei Porru ma talvolta solevano sostare nel parterre segnato dalla scalinata della falegnameria Todde, sulla confluenza degli accessi per Murù, Pratza manna e Pratza de is Garaus.

Per la Via Vittorio Emanuele i raggruppamenti si formavano nei pressi dei muri di protezione delle fucine di campanacci dei Patta e dei Floris  ed in quelli antistanti la abitazione degli Zucca.

Per la via Cabras e per Catzolaghedu i capannelli si costituivano ad alcuni metri dalle osterie dei Carboni e dei Floris.

Per ogni contrada c’era una svolta, un dietro l’angolo,  di cui il gruppo, su richiesta di qualche interlocutore esterno su notizie attorno a qualcuno dei residenti locali, doveva dare testimonianza.

Il termine svolta in gergo dialettale è rappresentato dal lemma furriada.  Ed in un paese dove le curve poco si concedono nei tracciati alle linee dritte il concetto di furriada o di sa furriada assume un significato del tutto particolare. Avete visto il tale? Si, è passato pochi minuti fa. Ha  appena imboccato la curva. Ed il dito della mano assecondava una volta, ed asseconda tuttora, l’intervistatore sulla posizione della persona ricercata.

Oggi a Tonara i capannelli a livello di contrada non esistono più e fanno fatica a riconoscersi in tali entità anche quelli a livello rionale. La causa è da ricercare nello spopolamento che in prima persona sospinge in continuazione dietro l’angolo, e senza incontrare resistenza alcuna, quanti esprimono il desiderio di migrare altrove.

Erisia

11 Settembre 2016 Nessun commento

Erisia

 

   Non ricordo quando sia stata la prima volta che mi sono recato ad Erisia, località in prossimità del fondovalle di Tonara. Forse nell’autunno inoltrato del 1945 per la raccolta delle noci e delle nocciole o nella primavera dell’anno successivo al tempo delle ciliegie.

I due terreni di proprietà di famiglia che poggiavano su detta regione, con distanza l’uno dall’altro non superiore ai cento metri e con un’una area complessiva di una quarantina di are, quattromila metri quadrati, erano denominati Erisia ‘e susu (letteralmente Erisia di sopra), ed Erisia de osso (Erisia di sotto), quest’ultimo anche s’Orroa morta (greto del corso d’acqua all’asciutto) per la mancanza di apporti idrici sull’avvallamento tra i due versanti.

Il primo dei due poderi, il frutteto dalle dolci drupe, lo si incontrava dopo la snervante discesa condotta per Maria Prà, ultima contrada del vicinato di Toneri, per i tortuosi ed improvvisati sentieri a rompicollo che affiancavano i ruderi della chiesa di Santa Anastasia, per quelli rimediati ad ogni passo sui percorsi proibitivi segnati dalle rocce affioranti di Nuge ‘e Pasca e ancora per quelli effettuati sul tracciato delle ultime propaggini di Itzì.

Ho sempre ritrovato all’ingresso un vecchio cancello di pochi legni: gli stipiti ben incuneati nell’architrave e  un’anta girevole che alla base faceva perno su di una pietra di schisto e nella parte superiore era obbligata a ruotare attorno ad una cerniera di fil di ferro arrugginito.

Una volta all’interno, e questo succedeva in primavera, dovevi guadagnarti a fatica lo spazio per arrivare alle piante di ciliegio poste tutte sul confine. Le piante infestanti  ed i rovi occupavano ogni spazio libero quasi ad altezza d’uomo e, per le prime volte, ti dovevi accontentare di segnare col calpestio i percorsi più validi al raggiungimento delle piante con i frutti in maturazione (matas cabudargias) (1). Per i frutti a tarda maturazione (matas coinargias) (2) si sarebbe provveduto all’occorrenza.

La recinzione era garantita da alte piante di rovo e di edera, che aggredivano in continuazione le piante poste al confine quali le querce e gli alberi da frutto, e per brevi  tratti dai classici muretti a secco.

E’ in una di queste mie peregrinazioni tra liane ed arbusti che feci la conoscenza con uno strano animale che guadagnava i suoi spazi vitali nel sottobosco ad un altezza di circa due metri dal sottosuolo. Aveva una forma molto allungata, un manto color paglierino e due occhi neri ed attentissimi. Gli arti anteriori erano molto distanti da quelli posteriori. Forse si sarà trattato di una donnola. La distanza tra di noi non superava il mezzo metro. Ancora oggi  a distanza di tanto tempo so riconoscere il punto esatto dello strano incontro.

Nell’autunno avanzato di fine anni quaranta mio padre decise di sottoporre il terreno ad aratura per seminarvi successivamente del grano. Il giogo dei buoi, guidato con amorevolezza dal contadino, sospinse il vomere nel terreno con facilità e nell’arco di poche ore riuscì nell’intento di rimuovere la terra, solco dopo solco, in tutta l’area.

Non assistetti alle varie fasi della semina e della ripulitura delle graminacee dalla gramigna ma non perdetti l’opportunità nel mese di luglio di presenziare alla mietitura ed alla conseguente trebbiatura che avvenne, a quasi cento metri dalla mia abitazione, in uno piccolo spiazzo all’ombra di un rovere.  Per la trebbiatura fu impiegato un asino il quale dopo un incerto avvio dimostrò di essere all’altezza del compito assegnatogli. Il terreno sul quale si svolse detta operazione oggi ospita un villino di tutto rispetto ma alla vista di quella superficie coperta mi ritornano sempre in mente le mie aie private.

Al centro del frutteto si ergeva un vecchio pero che al tempo della maturazione dei frutti garantiva una produzione egregia per la famiglia, per parenti e conoscenti. Contro la deperibilità del prodotto si provvedeva al suo essiccamento  con un taglio netto per metà del frutto, con l’esposizione all’aria per qualche giorno e con la successiva stagionatura in locali oscuri quali le soffitte. Che venissero utilizzati in proposito dei conservanti non so. I pomi, o meglio i mezzi pomi, che riuscivano a superare la prova diventavano molto appetibili nei mesi invernali. Direi delle leccornie.

I frutti che la campagna elargiva erano particolarmente graditi in quanto la loro commestibilità era riservata, per la inesistenza dei frigoriferi e dei negozietti di frutta e verdura, solo ai rispettivi periodi di maturazione locale. Di conseguenza, la nostra dieta paesana soffriva della presenza non solo degli svariati frutti esotici che oggi allietano le nostre mense ma anche dei modesti meloni ed angurie. Ma nessuno ci  faceva caso.

Non posso dimenticare, in quegli anni, dell’ingresso in Pratza manna di un carro a  buoi con un carico di diversi quintali di fichi d’India. I conduttori del mezzo, forse dei campidanesi, barattarono le loro primizie con le nostre patate. Fu un avvenimento di particolare importanza che per certi versi dette l’avvio all’apertura in paese dei primi mercatini rionali.

Bisogna anche precisare che in quel primo dopoguerra il frutto principale era la castagna, un prodotto che i tonaresi riuscivano a conservare più a lungo possibile servendosi di seminterrati ben ricoperti da rametti di corbezzolo.

Tra i ciliegi disposti lungo il confine ed il pero vegetava un cotogno che maturava dei frutti che non trovavano mai la mia giusta appetibilità, vuoi per l’asprezza, vuoi per la sete che ti provocava e ti rimandava all’uso della borraccia dell’acqua e vuoi per il gusto. Una volta in soffitta le mele cotogne maturavano a dovere senza mai incontrare la mia disponibilità.

E arriviamo alle dolci ciliegie. Una volta, durante il periodo dei festeggiamenti di Sant’Antonio che vanno dal 13 al 20 giugno,  ci ritrovammo addirittura in quattro sopra uno degli alberi più grandi del frutteto: io, mio fratello e due acrobati del Circo Codrignani. Dal giorno prima avevamo concordato quanto interesse ci fosse da parte nostra ad entrare gratis al circo e quanto da parte loro a farsi una bella scorpacciata di gustose drupe.

Il secondo appezzamento, il noccioleto, ci ospitava a fine estate per la raccolta della frutta secca dopo la pulizia del sottobosco (s’illimpiognu) rimediata da mio padre.  Per potervi accedere bisognava sfruttare i punti in cui la recinzione aveva allentato le proprie difese durante il corso dell’anno anche se in qualche occasione si preferiva sfruttare le servitù di passaggio esistenti tra i fondi limitrofi.

Frequentando nel mese di settembre ed a giorni alterni questo piccolo fondo terriero avevo avuto la possibilità, negli anni del dopoguerra, di arricchire la mia valigetta dialettale della terminologia riguardante le locali cultivar quali:

a)        Iscutulare is linzolas (scuotere gli arbusti delle nocciole)

b)        Oddire  (raccogliere da terra i frutti secchi)

c)        Musinare (Effettuare la raccolta senza i preliminari dello scuotimento)

d)        Iscogotzolare (Liberare le nocciole dalle brattee multi frangiate)

e)        Maggiare is matas de nuge (Bacchiare le piante di noce)

f)         Annare a iscavulu (Andare alla ricerca della frutta secca nel fondo altrui nei periodi fuori stagione)

Non potevo allo stesso tempo non fare la conoscenza delle misure di capacità interessanti detti frutti quali l’imbuto da cinque litri, su cartutzu da dieci, su cartu da venti, sa carra da venticinque e lo starello (su mou)  da cinquanta litri.  Sono queste le misure che valevano e valgono tuttora nel Capo di sopra.

La media del raccolto per ogni visita al nostro noccioleto, si aggirava intorno all’imbuto, con punte di massimo di dieci litri e di minimo di mezzolitro.

Per le noci si procedeva in un solo giorno con la bacchiatura. Vi provvedeva Cosimo, un esperto operatore della contrada di Maria Pra, ma all’occorrenza, dati i molti suoi impegni, si ricorreva ad un signore anziano della contrada di Barigau.

La partita stagionale della frutta secca si chiudeva così con un bilancio di tre starelli dei quali due rappresentavano le noci ed uno le nocciole. Ed era questa una buona risorsa, unitamente all’incetta delle castagne, per la provvista di altri prodotti utili per la famiglia.

E’ da tanto che non ritorno ad Erisia. Del frutteto e del noccioleto restano soltanto i ricordi. Chissà se l’anta girevole del cancello d’ingresso del primo dei due poderi sarà ancora funzionante.

Note:

1)        Dallo spagnolo mata=pianta e dal latino caput-is=testa=inizio=primizia.

2)        Coinargias=tardive dal dialetto sardo coa=coda.

Trichisilalà

7 Settembre 2016 Nessun commento

Trichisilalà

   Non era molto semplice raggiungere Trichisilalà, intorno agli ultimi decenni del secolo scorso, quando i tracciati non erano del tutto definiti e talvolta risultavano improvvisati con passaggi sulle proprietà altrui. Le mie esperienze, che si rifanno agli anni quaranta, il periodo della mia adolescenza, non si ripeterono più nel tempo per svariati motivi.

Oggi, con l’apertura delle nuove strade che partono da Pischinartùi e da Tugurùi, località ai limiti estremi ma opposti dell’abitato di Tonara, ti puoi recare sul sito citato nel tempo di un quarto d’ora. Viene comunque meno, rispetto al passato, il senso dell’avventura e per certi versi dell’ignoto.

La distanza in linea d’aria intercorrente tra la mia abitazione, ubicata nel vicinato di Toneri, e detta regione, segnata nel fondovalle dal caratteristico ponte a doppia arcata di Su Samucu sulla linea ferroviaria Tonara-Sorgono, non può essere superiore ai millecinquecento metri ma il percorso effettivo, condotto per la maggior parte su sentieri scabrosi e proibitivi, supera di gran lunga i tre chilometri.

A partire dalla mia dimora, ubicata a meno di novecento metri di altitudine, dovevo, prima di  raggiungere le aree campestri, attraversare in discesa le contrade rionali di Pratza manna, Barigàu, Pratza de Senti Cocco e Morù.

Dopo gli ultimi nuclei abitativi, il tracciato procedeva spedito per circa un chilometro con alzo ridotto al minimo sino a Cùcuru ‘e figos, località posta sulla sommità di due versanti, il primo che ad est dà sulla vallata su cui insistono i centri di Tonara, Belvì ed Aritzo, ed il secondo che ad ovest porta a Trichisilalà, a quota 650 metri.

A Cùcuru ‘e figos hai già compiuto metà percorso. Ormai hai attraversato i territori di Marzulè e Tugurùi, posti sulla base generata in notevole declivio dalla imponente e maestosa parete rocciosa del tòneri, e quelli di Utzasè e di Su Montigu de is Porros dove insiste  la fonte di Battia, nota come Funtana Atìa, le cui acque alimentano d’estate qualche orto e soddisfano l’arsura di animali ed esseri umani. Difficilmente all’andata ti verrà voglia di servirtene ma al ritorno, specie nei periodi forte calura la fontana di Battista, Attìa come riportano diverse documentazioni dei secoli scorsi, non potrai farne a meno.

Cùcuru ‘e figos rappresenta l’anello di congiunzione o anche l’elemento separatore tra due paesaggi  in forte contrasto tra di loro soprattutto per la colorazione del manto vegetativo dato ad est dall’intenso verde dei castagneti e ad ovest dal verde opacizzato delle roverelle e sugherete. Per quanto riguarda il tappeto del sottobosco, il versante delle cupolifere è caratterizzato dalla presenza delle felci mentre quello dei ghiandiferi dagli arbusti di cisto e lentischio.  Punti di comunanza per i due versanti le  recinzioni  delle proprietà fondiarie con i muretti a secco ed i rovi.

Un po’ dappertutto gli ingressi ai vari poderi sono talvolta contrassegnati da stipiti penzolanti su architravi ormai inservibili all’uso. Rara la presenza dell’uomo e degli animali.

Da queste parti, in regione Istrullau, sul versante più interessato ai frutteti, avevo assistito, da distanza molto ravvicinata, ad un insolito volo a bassa quota di pernici. Erano annidate sotto una pianta di nocciuole. Saranno state una ventina. Per me sorpresa e spavento, per loro la ricerca di rifugi più sicuri e accomodanti.

   Cùcuru ‘e figos, per chi vuole proseguire per Trichisilalà, rappresenta un bivio con direzioni ad angolo retto, la prima ti propone alla destra un percorso in leggera discesa, ma più lungo ed articolato, mentre la seconda un percorso più breve ma molto accidentato. Al termine di questi tracciati ti ritroverai in Su Samucu, dove staziona l’omonimo ponte. Penso che ai più sia sempre convenuto utilizzare all’andata il tracciato impervio proposto dal tancato di Tziu Nannèi e al ritorno ripiegare sui comodi tornanti offerti dalle regioni chiamate Malasasà, Talare, Istrullàu, S’Ischisòrgiu e quindi Cùcuru ‘e figos. Io ho provato detti percorsi in entrambi i sensi ma senza mai trovare una giustificazione definitiva. I pro e i contro fanno parte delle tue scelte. Non dimenticherò mai della volta che optando per la soluzione più breve ma più difficile mi ritrovai sulla strada ferrata in un punto alquanto distante dal ponte.

Voltando invece a destra, dopo aver superato i frutteti di Istrullàu, ti troverai in  Talàre, la regione campestre che accoglie le acque da Pischinartùi per convogliarle sotto il ponte ad arcate affiancate e sovrapposte. Proprio sul greto del torrente potrai fare una lettura compiacente delle tantissime scaglie di schisto che nelle varie forme si allungano, si adagiano e si accumulano sui bassi fondali senza superarsi di un millimetro. Sulla destra due prominenze rocciose si elevano dal terreno di diversi metri verso l’alto per aprirsi a ventaglio come le lame di una forbice. Io e mio fratello le avevamo denominate is serros de su sole.  I noccioletti di questo superbo e sontuoso fondovalle si distinguono per quantità e qualità del prodotto.

Più avanti è Malasasà, località in cui spesso facevo tappa nei periodi della raccolta delle ciliegie, dei fichi e delle castagne. Piccole produzioni ben s’intende, ma sempre gradite. In una di queste occasioni feci l’incontro ravvicinato con una volpe. Dall’alto di un fico la vedevo risalire compostamente e lentamente nel sottobosco. Se si fosse accorta della mia presenza avrebbe proceduto a passo più spedito. Almeno questa era stata la mia impressione.

Quattrocento metri più avanti è il singolare ponte costruito alla fine dell’Ottocento. Bello a vedersi dal basso con i neri volatili che svolazzano in continuazione a quaranta metri d’altezza attorno alle arcate superiori.  E quaranta metri sono tanti soprattutto per coloro che vi passano sopra senza mai affidarsi alle ringhiere di protezione. Io per precauzione non me ne sono mai servito. Ho sempre preferito camminare sopra la massicciata interna delle rotaie. Con le vertigini non si scherza.

Più avanti c’era il casotto con i casellanti ed il loro gran da fare lungo la strada ferrata. Ogni volta che passavi da quelle parti ti riprendevano puntualmente per i pericoli cui potevi andare incontro. Sapevano benissimo che per raggiungere il mio podere avrei dovuto e potuto sfruttare altri camminamenti. Questo valeva per chiunque avesse delle proprietà terriere sul lungo linea.

La prima volta che raggiunsi Trichisilalà fu immediatamente dopo l’età scolare. Dopo quella visita ci ripassai molto raramente soprattutto perché, ad evitare il caldo dei mesi estivi, bisognava svegliarsi molto presto ed io e mio fratello ci rifiutavamo di accompagnare mio padre, il quale senza troppo  insistere si avviava da solo verso il singolare podere.

I capienti canestri di ciliegie che a fine mattinata il genitore portava da così lontano si svuotavano a ritmo impressionante sino a raggiungere gli intrecci del fondo del contenitore. Questo succedeva ciliegia dopo ciliegia, dalla prima all’ultima drupa. La soddisfazione del piacere alimentare era accompagnata dal lancio dei noccioli sulla piazzetta antistante la nostra abitazione. Sembravamo delle cerbottane in azione e in continuo assetto di sfida. Dopo qualche settimana il parterre era talmente invaso da detti residui che quasi occorreva porvi rimedio. Le strade non erano asfaltate e spesso i noccioli fungevano da collante con la terra smossa dagli acquazzoni. A rimuovere tanta graniglia dagli assetti polverosi e talvolta fangosi ci pensarono i porci condotti da un porcaro del rione di Arasulè. Nel tempo di una decina di minuti i suini ripulirono il piazzale e, grugnendo per il saporito pasto in segno di compiacimento, si dileguarono assieme al loro padrone.

Nelle poche visite effettuate a Trichisilalà avevo sempre rimediato, ad eccezione delle ciliegie, pochi altri frutti quali pere e mele, che sarebbero maturate in soffitta dopo molti mesi, e qualche imbuto di castagne.

Una volta ci portammo dietro anche un animale da soma. Nonostante nostro padre ci avesse incaricato, mentre lui era impegnato nella raccolta delle pere, di tenere a bada l’asino, non rispettammo il suo ordine e solo verso sera, dopo molte ore ritrovammo il quadrupede in quel di Gaolia, una località distante dalla nostra più di mezzo chilometro.

Poche altre note ancora su Trichisilalà mi venivano raccontate da mio padre intorno alla sua adolescenza quando il frutteto, una vigna di tutto rispetto, era ben accudito da mio nonno che, alla fine dell’ottocento, lo aveva ben recintato costruendovi una efficiente baracca. Poi agli inizi del Novecento la filossera distrusse la coltivazione principale e tutto il resto perse di valore ed importanza. Mi diceva il genitore che, ancora prima di arruolarsi nel servizio militare, in prossimità della vendemmia, usava recarsi ogni giorno nella vigna paterna con i fratelli per attivare la batteria con i recipienti di latta (sonare is illamas), l’unico sistema per dissuadere gli uccelli dalle loro razzie sugli acini in maturazione.

Giovanni Mura

Arbus 1830. Il testamento di Giuseppe Leo.

30 Agosto 2016 Nessun commento

Arbus

Testamento di Giuseppe Leo

 

Data e luogo della stesura dell’atto notarile

   L’anno del Signore milleottocentotrenta, ed alli sei del mese di marzo in Arbus (1).

Estremi anagrafici del testatore

   Giuseppe Leo contadino nativo, e domiciliato a questo Villaggio d’Arbus.

Considerazioni e riflessioni del moribondo con cenni sul suo stato di salute

   Considerando e seriamente riflettendo la fragilità di questa vita nella quale ciascheduna persona trovasi costituita, quanto certo sia di dover morire, e quanto sia incerta l’ora della morte, desiderando intanto di trovarmi disposto, e ben apparecchiato per la partenza all’altra eterna vita, ho perciò deliberato di fare il mio nuncupativo (2) Testamento, addesso presentemente che non ostante indisposto per infermità corporale, mi trovo ancor ben dotato di sana mente, di maturo giudizio, e perfetta conoscenza, e di spedita favella, quale pertanto dispongo ed ordinato da me viene nella maniera, e forma seguente.

Raccomandazione dell’anima al Signore

        Primieramente: raccomando l’Anima mia al suo Creatore Iddio, Padre, Figlio, e Spirito santo, affinché per i meriti della Passione, e Morte di Nostro Signor Gesù Cristo, e per intercessione della Beata, e sempre Vergine Maria sua madre, e mia particolare Avvocata si degni collocarla nella Celeste Patria. Così sia.

Nomina del curatore ed esecutore testamentario

  1. 2.        Nomino, deputo, ed elleggo per Curatore dell’Anima mia, ed assoluto esecutore del presente mio Testamento  Il Signor Sacerdote Sisinnio Massenti, attuale Pro V(icari)o di questa Parrochia, e tutti quanti siano per essere i di lui successori in tale impiego per il tempo avvenire, ed in perpetuo, ed a tutti di lui successori Vicarj, Pro Vicarj Parrochiali, e Curato più anziano in loro deficienza, conferisco tutta la mia autorità, che posso, e debbo, e che dalla Legge mi si permette, affinché seguito il mio decesso eseguisca puntualmente ciascun di loro quanto verrò in appresso a disporre, ed ordinare nel presente mio testamento, senza che alcuno possa contradirlo per alcun pretesto, né motivo per esser questo il mio espresso volere.

Disposizioni per l’accompagnamento della salma e luogo della sepoltura

  1. 3.        Lascio, e dispongo, che il mio corpo fatto cadavere venga seppellito dentro il Corpo di questa Parrochiale Chiesa alla pompa funerale, e visitato venga, ed accompagnato alla sepoltura da tutte tre Arciconfraternite di questa Parrochia cantandosi per viaggio, dieci assoluzioni, oltre le solite d’obbligo della funeraria pagandosi scudi (3) dodici per le opportune spese, non comprese le spese di beccamorti, sagrestani, e di più altre come stimerà in proposito il mio costituito Curatore R(everen)do Pro Vicarjo Massenti, tutto da soddisfarsi dal mio asse ereditario per esser questo il mio espresso volere

Indisponibilità del testatore ad effettuare lasciti  alle opere pie indicate dal notaio

  1. 4.        Previa esortazione da me sott(oscritt)o Not(aio) fattasi al presente Testatore, e quindi alla presenza delli sotto espressandi testi, interrogato se, o no lascia qualche limosina allo Spedale, Monte Numario (4), o per la Redenzione delli Schiavi Cristiani, per le Orfane della provvidenza, per qualche altro Orfanotrofio, o per qualsivoglia altra opera pubblica, e pia = Risponde, non lascio limosina a tutti li surriferiti, avendo prefisso di fare altri Legati Pij di mia obbligazione per esser così la mia volontà.

Disposizioni per il confessore

  1. 5.        Dispongo, e voglio, che seguito il mio decesso, dai miei beni si diano due scudi al mio Confessore per impiegarli in quelli usi da me a lui stati raccomandati per esser questo il mio volere.

Disposizioni per la restituzione alla moglie dell’importo di 150 scudi

  1. 6.        Dichiaro che dai beni della mia consorte Cecilia Usai tengo consumato la somma di scudi cento cinquanta dei quali cento sono serviti per uso mio proprio, epperciò voglio, che seguito il mio decesso, il mio Curatore Pro Vicario Massenti la debba compensare di questa somma di scudi cento, ossia che la voglia in danaro passando alla vendita dei miei beni stabili, od altrimenti che essa, mediante estimo voglia alcune delle mie ipoteche (nel senso di proprietà), che non vengano comprese in quelle, che destinerò per qualche legato, che intendo di fare nel presente mio Testamento, e li residuali scudi cinquanta servirono per la compra,  ed acquisto fatto da Pietro Antonio Mara (alienante) d’un tratto di terra nel salto di Funtanazza, come lo recita lo stromento (l’atto) d’acquisto di quel terreno, perciò alla medesima mia detta Consorte lo lascio come suo proprio, e ne disponga a suo libero arbitrio, e piacere per esser questa la mia volontà.

Disposizioni per la restituzione degli effetti appartenuti alla prima moglie ed ora in possesso della seconda consorte

  1. 7.        Dispongo, e voglio, che la mia Consorte Cecilia Usai, dopo la sua morte, restituisca alla mia suocera Catalina Puxeddu tutti li effetti, che in rigore di sua coscienza saprà, e conoscerà esser propri della mia prima Consorte Antioca Frongia. Li restanti mobili però, che si troveranno in questa mia casa, al tempo della mia morte, li lascio liberamente alla mia surriferita consorte Usai, fuori di quelli, di cui io sotto disporrò per altro modo, come similmente voglio, che la medesima non venga in modo alcuno pregiudicata tanto di ciò che apportò in matrimonio, quanto della parte, e porzione che le speterà d’aumento di qualunque genere d’acquisto, senza farsi altri meriti per esser questo il mio espresso volere.

Disposizioni per la domestica e per altri creditori

  1. 8.        Dispongo e voglio, che seguito il mio decesso, il mio costituito Curatore R(everen)do Pro Vicario Massenti dal cumulo dei miei beni, debba soddisfare i miei debiti incominciando dalla mia attuale servitora Greca Misura, alla quale salvo errore, le devo scudi diciotto per tanti anni di servizio personale, che mi ha prestato, epperciò mi rimetto sempre a nuovo calcolo; più pagherà scudi sei per residuo del prezzo della cavalla, che tengo comprato, e che presentemente posseggo, più pagherà tre scudi, che devo ad una persona che è a conoscenza di mia consorte, e così delli più legittimi debiti, che i creditori giustificheranno restarsi, senza farsi diversamente per esser questo il mio espresso volere.

Destinazione alla moglie in conto usufrutto dei beni immobiliari esistenti nelle regioni Funtanazza e S’Arbuzeddu con lascito successivo di detto patrimonio alla locale Causa pia dopo la morte o eventuale nuovo matrimonio della consorte. Disposizioni per i successivi usufruttuari

  1. 9.        Dispongo, e voglio, che la mia Consorte Cecilia Usai, per quanto viva in abiti viduali (vedovili), sia assoluta usufruttuaria  di tutti i miei terreni, che posseggo nel Salto di Funtanazza unitamente alla casa rurale, e cortile ivi esistente nella regione detta de S’Arbuzeddu, e mentre muoia, o che passi a stato di nuovo matrimonio, lascio questi terreni, casa rurale, e cortile di Funtanazza a questa Causa pia, e detti miei successori Curatori dell’usufrutto, ed inquilino dei medesimi, ne faranno annualmente, e perpetuamente far celebrare tante messe private in suffragio dell’Anima mia a quanto possa bastare il medesimo usufrutto in ragione di reali due per limosina per ciascuna messa senza che si faccia diversamente per esser questo il mio espresso volere.

   Disposizioni per l’assegnazione dei capi d’allevamento, degli strumenti e prodotti delle vigna e dell’aia alla consorte, ai creditori ed ai bisognosi

  1. 10.    Lascio liberamente alla mia Consorte Cecilia Usai tutte le mie capre, quali pastura (conduce al pascolo) il capraro Raimondo Sarigu come pure le lascio una botte di capacità dieci marighe (5), quale dichiaro di essere di lei propria, le lascio una delle due tinne (tini) qual sia di suo gradimento, come pure la metà delle altre rimanenti botti fatte costante matrimonio. Le lascio pure la metà del vino, che tengo presentemente colla metà dei frutti della vigna, che si perceveranno in quest’anno, perché di tutto questo se ne serva liberamente. Inoltre dispongo, e voglio, che dopo raccolti i frutti dell’aja, per detto mio Curatore, il Reverendo Pro Vicarjo Massenti, si venda subito la giunta (il giogo) dei buoi, e la cavalla, e tutti gli attrezzi d’agricoltura, eccetto il carro quale lascio liberamente alla suddetta mia Consorte Cecilia Usai.  Quali prodotti serviranno per pagarsi dallo stesso mio Curatore, primieramente le spese della mia funeraria, quindi tutti gli altri debiti, quali sovra dichiarati, oltre a quelli, che legittimamente si crederanno di ragione, mentre si presenti alcun altro, di cui per ora non abbia presente. Dei frutti dell’aja però dispongo che ceduta libera, e franca la metà dovuta alla mia suddetta consorte, della metà rimanente se ne pagheranno in primo luogo tutti gli interessi dipendenti della  stessa aja, e del rimanente, per detto mio Curatore, se ne distribuiranno dieci starelli (6) ai poveri necessitati di questo Villaggio per esser questo il mio espresso volere. 

Disposizioni per la celebrazione in perpetuo della festività di San Giuseppe nella chiesa parrocchiale con il ricorso ai frutti derivanti dall’orto sito nella regione Mazzè e dalla vigna localizzata nella regione Gidili e con accensione d’ipoteca  per il valore di cinquanta scudi. Disposizioni per la celebrazione di un novenario in onore del glorioso Santo.

  1. 11.    Dispongo, e voglio, che ogni anno perpetuamente si celebri in questa Parrochiale Chiesa la Festività del Glorioso Patriarca San Giuseppe con vespro solenne, Messa e processione per il di cui legato specialmente ipoteco, e sottopongo per speciale dote, primieramente l’orto, che posseggo nella regione detta Mazzè, e la vigna della regione detta Gidili, con tutte le rispettive aderenze, dico adiacenze, e pertinenze conforme io le posseggo attualm(en)te. Quali voglio, che si posseggano dalli miei instituiti Curatori incominciando dal presente Pro Vicarjo Sig(no)r Sacerdote Sisinnio Massenti, e quindi dai posteri, e successorj Vicarj, Pro Vicarj, ed i loro deficienza dal Curato più anziano perpetuamente, quali presiederanno per la celebrazione di questa Festività pagando dai frutti, che annualmente perceveranno dalle surriferite ipoteche tutte le spese, che saranno a tal uopo necessarie, e delli residuali frutti saranno in obbligo di corrispondere la penzione (gli interessi) di tre scudi a questa Causapia per la proprietà censale di scudi cinquanta, a cui sono sottoposte le stesse ipoteche (I tre scudi di pensione rappresentano gli interessi annui da corrispondere ad un capitale di cinquanta scudi investito nel tempo al tasso del sei per cento). E mentre il prodotto dei frutti annuali  delle medesime ecceda  pure, soddisfatte le dette spese, e penzione, come risulterà da un prudente arbitramento, dispongo, e voglio, che l’ultima residuale somma, venga annualmente depositata nell’Archivio della stessa Causapia, fino a compiere (maturare) la somma di scudi cinquanta per quitarsene (riscattare) prontamente quella proprietà censale (il valore ipotecario), rimanendo interamente i frutti a questo legato (7). Dispongo, e voglio, che oltre alla celebrazione di detta Festività, come sovra spiegata, cioè di Vespro, Messa solenne, e Processione, si debba altresì celebrare il Novennario di detto Glorioso Santo colla esposizione del Santissimo Sagramento, e colla benedizione per ogni giorno di detto Novennario, alle quali spese tutte dovrà soccombere ogni, e qualunque delli instituiti miei Curatori, e possessori delle surriferite ipoteche. Epperciò per migliormente rendere cautellato il presente legato, dispongo, e voglio, che niuno dei surriferiti miei Curatori, non debbasi immiscuire al possesso delle sottoposte ipoteche, senza che prima proceduta la visita, e ricognizione delle medesime per confrontare il loro stato, se perlomeno siano mantenute nel valore, stato, e condizione, in cui oggi si trovano, come ancora se d’alcun pietoso dei rispettivi Curatori, e possessori abbia la cura, e diligenza di migliorarle, non decadano mai di tal miglioramento, restando a carico, e responsabilità dell’ultimo possessore tutta la mancanza, e deficienza del valore, che quelle ipoteche abbiano sofferto, durante il tempo, che le abbia possedute, e ripararle a spese del medesimo, e di lui eredi, in caso che abbia passato a miglior vita. E così dovrasi dico dovrasi (si dovrà) perpetuamente osservare questa mia disposizione, senzache si possa altrimenti alterare, ne comutare diversamente questa mia intenzione, se non che in melius (in meglio), se così lo giudicasse opportuno il Superiore Ecclesiastico, ma non per altro titolo, che solo per la celebrazione della Festività, e Novennario di detto glorioso San Giuseppe, uniformando sempre le spese ai frutti, che in netto si perceveranno dalle sovra designate ipoteche, come da ciascuna visita da praticarsi secondo lo stato in cui si troveranno le medesime da un possessore all’altro successivo, avuto anche riguardo e contemplazione del possessore per la sua cura, e vigilanza, massime quando si riconosca d’aver piutosto migliorato, che di aver lasciato decadere queste ipoteche dallo stato precedente, e dall’anteriore visita, quale perciò continuata dovrà conservarsi nell’Archivio di questa Causapia, per aversi presente a tutta richiesta ove convenga, e per leggersi nella successiva visita per ciascun nuovo possessore. Qual ordine dispongo doversi perpetuamente osservare per maggior sicurtà, e cautella del presente instituito per esser così la mia espressa volontà.

Lascito all’Oratorio di Sant’Antonio di una casa rurale e dei terreni posseduti nel salto di Santadi. Disposizioni.

  1. 12.    Lascio, e dispongo alla Chiesa, ossia Oratorio rurale eretto in onore di Sant’Antonio di Padova, fabbricato nel salto di Santadi, giurisdizione di questo Villaggio (8), tutti i terreni miei propri, e liberi colla casa rurale, e cortile, che ivi posseggo, non compresi in questi terreni, quelli del fu mio Zio R(everen)do Vicario Antioco Ignazio Leo, dei quali me ne fece solo usufruttuario durante mia vita, e quindi si restituissero a questa Causapia per quelli usi, che il medesimo dispose nel suo testamento delli 27. Giugno 1814., rogato al presente Not(ai)o. I frutti, ed inquilini dei suddetti miei terreni serviranno primieramente per celebrarsi nello stesso Oratorio, e nel tempo stesso, in cui si suole annualmente, e perpetuamente una Festività di detto Glorioso Santo nello stesso Oratorio, e nel tempo stesso, in cui si suole annualmente celebrarsi dalla Comunità, intendendosi questa mia Festività con vespro, Messa solenne, e processione, conforme la solita farsi, e colla cura necessaria, e decenza; ed il residuale di questi frutti, ed inquilini, serviranno all’occorrenza, per la riparazione del fabbrico, ed aumento di esso Oratorio, e per la manutenzione, ed approvisionamento di arredi, e per tutt’altro abbellimento dello stesso, come meglio stimeranno opportuno, e necessario gli amministratori ecclesiastici di questa Parrochia per esser questo il mio espresso volere.

Disposizioni per il post mortem  o nuove nozze della consorte con la vendita dei fabbricati caduti in usufrutto. Gli interessi maturati dall’impiego di dette somme serviranno per la celebrazione di tante messe in suffragio dell’anima del testatore.

  1. 13.    Lascio, e dispongo, che la Consorte Cecilia Usai, durante la sua vita, e vedovanza possa liberamente, e senz’alcun ostacolo abitare tutte queste mie case, e dopo la di lei morte, o che nuovamente venga a maritarsi, si debbano vendere per detto mio Curatore, o suoi successori in quell’impiego, del cui prodotto se ne faccia interamente un deposito nell’archivio di questa Causapia per onerarsi a censo (per l’investimento di detto capitale), le di cui penzioni (rate di interessi) si celebreranno in tante Messe private a quanto possano bastare in ragione di un quarto di scudo (due reali e mezzo) l’una per limosina in suffragio dell’anima mia.  Chiedo inoltre, che queste mie case mi furono lasciate dal difonto mio zio il R(everen)do Vicario Antioco Ignazio Leo, coll’obbligo di pagare nel termine di un anno scudi quaranta, com’indicato mi verrebbe dal suo Confessore, o come meglio si legge nel di lui sovra citato testamento: ma siccome io ignoravo quest’obbligo, e che il di lui Confessore, qual lo era il già difonto R(everen)do Gioachino Mulas, non mi eccitò mai a questo pagamento, né a significarmi un tal obbligo, perciò ora, che ne vengo informato dal presente Not(ai)o colla fattami lettura del surriferito testamento, dispongo, e voglio, che seguito il mio decesso, dai miei beni si prelevino, e si estraggano li scudi quaranta per applicarli in quelli usi, che stimerà meglio il Superiore Ecclesiastico, secondando più bene la mente del testante mio Zio, ossia, che disponga d’applicarsi prontamente in tante Messe in suffragio dell’anima di colui, e di cui favore intese elli testare senza farsi altrimenti per esser questo il mio espresso volere. Tutti li rimanenti miei beni mobili, e stabili presenti, e futuri, o che mi potranno in qualsivoglia modo pervenire, adempito sia prima quanto sovra ho lasciato, disposto, ed ordinato, pagati prima che siano i miei debiti, ed adempiti tutti, e singoli i legati da me sovra disposti debbano vendersi per detto mio Curatore, o di lui Successori in quell’impiego, ed il prodotto (ricavato) debbasi similmente depositare nell’Archivio di questa Causapia per oneranzia censo le di cui penzioni si applicheranno in tante Messe in suffragio dell’anima mia, quale instituisco per mia erede universale, senza che alcuno possa diversamente pretendere, comutare, né alterare per modo alcuno la presente mia disposizione, sottopena di rendersene risponsale nella sua propria coscienza per esser questo il mio espresso volere.

Annullamento di ogni precedente testamento

        Annullo, cancello, e rivoco ogni, e qualunque altro testamento, Codicillo, donazione per causa di morte, o qualunque altra specie d’ultima volontà, che io precedentemente abbia fatto, disposto, ed ordinato, presso qualsivoglia altro pubblico Not(ai)o, Scrivano, o Confessore, e voglio, che questo solamente sia valido per testamento nuncupativo                                                                                                                                                                                                       

Lettura del testamento in cucina alla presenza dei testimoni ed alla luce delle candele e delle fiamme del focolare. Successiva approvazione da parte del testatore. Sono le prime ore della notte del 6 marzo 1830

che a tal effetto per esser valido l’ho fatto, disposto, ed ordinato in queste mie case d’abitazione, e stanza della cucina, in cui mi trovo coricato, fabbricate dentro questa popolazione, e contrada detta della Parrochiale Chiesa, quale per esser io illetterato ho fatto scrivere da mano del de(.?.)to (in questo caso si è fatto avanti il tarlo) Not(ai)o, da me a quell’oggetto richiesto, e fatto trasferire qui dalla sua Patria, e domicilio di Guspini, ed a questo contesto personalmente ritrovatosi, e quindi dal medesimo fatto intieramente leggere, pubblicare, ed in volgare idioma spiegare alla presenza dei testi, che lo sono il falegname Luigi Caddeo, e li contadini Francesco Mesuri, Didaco eed Antonio fratelli Frau di questo Villaggio d’Arbus, ed il contadino Pietro Serci Contini di Guspini, ed a questo contesto personalmente ritrovatosi, epperò da me fatto chiamare, come alli di più altri surriferiti, quali da me tutti visti in questa stanza di cucina, sono stati da me similmente conosciuti alla chiara luce non solo del sufficiente fuoco acceso, ma altresì alla chiara luce di due, e più candele accese, per esser già presso poco alle ore nove di prima notte, e non permettere il mio stato di salute, che si aspettasse all’indomani questa pubblicazione.

   Quali testi  tutti sono stati da me parlati, e chiamati col loro rispettivo nome, e quindi pregati ad esser presenti alla lettura, e pubblicazione del presente mio testamento quale per averlo trovato disposto, ed ordinato a seconda la mia intenzione alla presenza dei medesimi lo approvo, ratifico, e confermo, e perché io, ed surriferiti testi non lo sottoscriviamo per affermarci illetterati perciò venga sottoscritto dal presente Not(ai)o per farne del medesimo piena fede di che =

Antonio Vincenzo Caboi Serra Pubblico Not(ai)o

   Attesto io sott(oscritt)o aver esato lire sette per mio salario per ragione di tariffa, reali quindici per dritto reg(i)o, e reali tre per l’insinuazione del presente testamento di che = l’attesto Caboi Not(ai)o =  

   Corrisponde all’Originale, quale con altra consimil copia è stata insinuata nella Reg(i)a Tappa della  Città di Cagliari, e per il (?) I(nsinuatore) R(egio) Cugia registrata a pag. 75. Vol(ume) 3. Fog(lio) 579. nelli 27. Marzo 1830. di che

In testimonium veritatis

Antonius Vincentius Caboi Serra Pub(licu)s Not(ariu)s

 

Note:

(1)           E’ un comune della provincia di Cagliari.

(2)           Fatto oralmente ed in presenza di testimoni, non valido per il diritto civile moderno. Così dal dizionario di Tullio de Mauro alla voce testamento nuncupativo.

(3)           Lo scudo si divide in dieci reali, il reale in cinque soldi ed il soldo in dodici denari. Lo scudo si divide anche  in due lire e mezzo ed ognuna di queste in quattro reali.

(4)           Mentre il monte granatico è destinato ad accogliere in appositi locali i cereali e gli aridi in genere, il monte numario è deputato a custodire in casse a più chiavi importi di natura finanziaria.

(5)           E’ una misura di capacità per i liquidi che in Sardegna varia da luogo a luogo.

(6)           E’ una misura di capacità per gli aridi dell’ordine di cinquanta litri.

(7)           E’ ovvio che i beni formanti oggetto del legato superino di parecchio il valore di cinquanta scudi. Ritiene il testatore infatti, che, soddisfatte ogni anno le spese relative ai festeggiamenti religiosi in onore di San Giuseppe, sia sempre possibile destinare annualmente la somma di tre scudi alle casse della Causa pia. Detto importo, corrispondente in conto interessi al sei per cento del valore del legato, giustificherebbe, dopo circa 17 anni, la costituzione del capitale di cinquanta scudi.

(8)           Sant’Antonio di Santadi è una località che dista da Arbus circa 24 chilometri.

           P.S.  Il presente testamento risulta catalogato nell’Archivio diocesano di Ales con la voce Monsignor Tore. Vedere il suo carteggio personale.

                                                                                                                         Giovanni Mura

 

Adempimenti inquisitivi dei vescovi

24 Agosto 2016 Nessun commento

Adempimenti inquisitivi dei vescovi

   Il titolo di Inquisitore ordinario, riservato in passato da Sua Maestà ai vescovi  delle  diocesi del regno sardo-piemontese, compariva sempre in coda alla presentazione  dei documenti ufficiali ecclesiastici redatti da detti prelati.

A titolo di esempio segnaliamo quanto appare in testata alla pastorale d’ingresso di monsignor Tore nelle diocesi di Usellus e Terralba in data 15 novembre 1828:

Noi Don Antonio Raimondo Tore per Grazia di Dio, e della Santa Sede Apostolica Vescovo di Usellus, e Terralba Inquisitore Ordinario del Consiglio di Sua Maestà.

Chiunque patisse un danno di natura economica poteva, invece che adire gli organi della magistratura, rimettersi alle indagini del vescovo, il quale con un monito canonico provvedeva alla pubblicazione della fattispecie nel portone della chiesa del luogo del misfatto o del ricorrente. Una specie di denuncia contro ignoti.

Qui di seguito riportiamo alcuni di questi ricorsi presentati al vescovo Tore e catalogati nell’Archivio diocesano di Ales nel fascicolo 17/182 degli anni 1832-1836.

 

Primo caso

   Ill(ustrissi)mo R(everendissi)mo Monsignore Vescovo d’Ales

   Priamo Marongiu di Serramanna umilmente espone a V.S. Ill.ma R.ma, che la mattina del dì 3. salvo sbaglio, del mese di Maggio ultimo scaduto nell’atto che stava partendosi da Villacidro per la sua Patria (1), e precisamente nel Distretto denominato S’Ischixedda non s’accorse, come gli scappò da mani il suo cavallo, che teneva addietro colla redine in mano, mentre carico, e nol potea montare, e fuggitosi  col suo carico, che portava, lo perdette di vista, e nol poté rinvenire, che dopo tante ore, che lo trovò senza carico, e tutti li effetti, e robbe, che portava all’atto di scapparsi.

   Quali effetti consistevano in una gran bisaccia contenente

due lenzuola pocco usate;

due camicie nuove tela sarda da donna;

quattro canne tela sarda nuova da materazzi (2);

una sacheta piena d’oliva ed

altra d’uve passe

il di cui valore eccedeva quelli scudi sardi quindici (3).

   Di questa perdita non avendone fin qui il Rassegnante avuta notizia, né venuto in cognizione del Soggetto, o Soggetti, che abbiano ritirato tutti sifatti effetti, né avendo perciò fatta nella curia di Villacidro alcuna relazione criminale, come da testimoniale, che ne esibisce, per proprio suo appagamento, delibera d’implorarne un Monitorio canonico da pubblicarsi nella Chiesa Parrochiale di Villacidro.

   Supplica pertanto si degni V.S. Ill.ma R.ma ordinare a chi spetta, se gli spedisca l’addimandato Monitorio nella forma solita; Grazia &

 

Villacidri die 24. 7mbris 1833

(Villacidro, 24 settembre 1833)

Fiat ut petitur, ut expediantur literae monitoriales de more

(Che sia fatta richiesta e che siano spediti i soliti moniti canonici)

+ Antonius Raym(undus) Episcopus

 

 

Secondo caso

   Ill(ustrissi)mo R(everendissi)mo Monsign(o)r Vescovo

   La Ved(ov)a Giuseppa Piga di Villacidro col più distinto rispetto a V.S. Ill.ma Rev.ma espone che fin da quando passò agli eterni riposi il diffonto suo marito Notaio Francesco Mossa le rubarono capi quattordici porci cioè

capi otto dal ghiandifero appellato Gutturu Terra,

capi quattro dalle stoppie ove trovansi pascolando,

altro capo dal salto detto Funtana Stadi, ed

altro capo dal luogo detto Gervana (4),

e siccome non avrebbe potuto averne notizia alcuna, si serve perciò del mezzo del Monitorio Canonico, e supplica V.S. Ill.ma Rev.ma ordinarne il detto Monitorio Canonico e non essendovi rivelaz(ion)e alcuna provvedere la scommunica, essendo il valore di caduno dei quattordici porci rubati di scudi tre. Grazia &

 

Villacidri 23. Iun(ii) 1832

(Villacidro, 23 giugno 1832)

Expediantur literae monitoriales justa stilum

(Siano spediti i soliti moniti canonici)

+ Antonio Raimondo Vescovo

 

 

Terzo caso

   Ill(ustrissi)mo Monsign(o)r Vescovo di Ales

   Il falegname Giuseppe Pinna Spina del luogo di Gonnos Fanadiga ossequioso alla S.V. Ill(ustrissi)ma e Reverend(issi)ma rassegna che nello scorso anno 1831, sofferse alcuni furti come dall’unita nota, per cui ignorandone i fautori non diede querella alcuna contro nessuno come dall’unito certificato, e desiando prevalersi per tal’uopo del Braccio Ecclesiastico

   Supplica la S.V. Ill(ustrissi)ma e Reverend(issi)ma degnare volersi ordinare a chi spetta onde spedirsi il monitorio canonico per pubblicarsi in quello di Gonnos F(anadig)a.

 

Villacidri  die 12 Jan(uari) 1832

(Villacidro, 12 giennaio 1832)

Expediantur literae monitoriales justa stilum

(Siano spediti i soliti moniti canonici)

+ Antonius Raymundus Episcopus

 

   Note:

1)      Serramanna

2)      La canna sarda, misura lineare corrispondente a 10 palmi, equivale a 2 metri e sessantadue centimetri.

3)      L’equivalente di uno scudo sardo è rappresentato dal prezzo di una pecora da latte.

4)      Mi  sembra di leggere Gervana.

Giovanni Mura

Morgongiori nella prima metà dell’Ottocento

19 Agosto 2016 Nessun commento

Morgongiori nella prima metà dell’Ottocento

   Sono sempre più belli i paesi della Sardegna che ancora non ho visitato.  Più il tempo passa e più prepotentemente avverto il disagio per la mancata realizzazione di questi  semplici progetti di conoscenza.  Almeno è così nella mia fantasia. Quando poi mi capiterà l’occasione di trovarmi direttamente a contatto con una di queste comunità stenderò i giudizi definitivi.

Morgongiori rappresenta per me uno di questi fantastici centri. Non ci sono mai stato ma conto di arrivarci nel prossimo futuro. Può darsi che dai finestrini dei vari mezzi di linea che ogni giorno e in diversi orari, caracollando su e giù attraverso gli ondulati percorsi che mettono in comunicazione i tanti piccoli centri della Marmilla, abbia intravisto fette di panorami mai osservati prima e forse appartenenti al centro di Morgongiori.

Nelle mie ricorrenti visite effettuate presso l’archivio diocesano di Ales ho avuto modo di conoscere durante questi brevi tragitti da Oristano, località in cui risiedo, svariate realtà panoramiche contraddistinte da piccole piazze, casette modellate sul davanti da bellissimi portali, piccoli campanili, insoliti cortili con tanto di strumenti per l’agricoltura e la vendemmia e sullo sfondo impareggiabili quadretti di frutteti, di seminati, di aree incolte e di accurate recinzioni.

E Morgongiori appartiene ad una di queste realtà di cui conosco solo le descrizioni storiche dell’abate Angius con la visita del 1839 e quelle del rettore Michele Figus, con le annotazioni eseguite in risposta alla lettera pastorale del vescovo Antonio Tore del 15 novembre del 1829.

Non sto qui a rielaborare o riesaminare gli spunti di grande interesse dedicati al paese dallo scolopio cagliaritano nel dizionario enciclopedico del Casalis ma non posso fare a meno di ricordare il passaggio che testimonia del comportamento dei fedeli all’interno dei luoghi di culto durante le celebrazioni religiose. Nel paragrafo Religione della voce Morgongiori l’Angius riferisce: Egli è quasi in tutte le chiese de’ paesi della Sardegna che le donne restano separate dagli uomini nella chiesa, adunandosi quelle nel corpo della chiesa, mentre questi si dispongono intorno nelle cappelle, e presso il vestibolo: tuttavolta in Morgongiori questa disciplina è anche più rigorosa, e le donne hanno da entrare e da uscire dalla porta laterale, e non mai dalla maggiore, dalla quale entrano ed escono gli uomini.  Per me questa è una autentica chicca. Addirittura ritenevo, prima di essere venuto a conoscenza di detta usanza, che questo comportamento valesse solo per Tonara dove la divisione tra i sessi avveniva ed avviene tuttora in questo modo: gli uomini stazionano a destra e le donne a sinistra della linea mediana della pieve. Gli ingressi e le uscite sono regolati da due aperture  delle quali la più grande, il portone principale, è a servizio delle donne mentre la piccola ad uso degli uomini.

E passiamo al parroco Figus il quale così ci illustra alcuni aspetti della vita societaria morgongiorese riferita alla fine degli anni venti dell’Ottocento.

Il maestro delle scuole Normali (1) si chiama Giuseppe Sanna dello stesso Villaggio. E’ uomo di buon indole, ed ha benissimo quella sufficiente idoneità per l’insegnanza dei fanciulli. Per questo impiego se li è data nel 1828 la soma di scudi tredici.

   Al sacrista di nome Francesco Figus, usorato (sposato) e padre di un figlio, nativo di questo Villaggio d’anni trenta incirca, di servizio anni quattro, per salario di suo impiego ha st(arell)i otto grano, altri due per farra (intendi farina) e fattura delle ostie, e un mezzo st(arell)o per il Sepolcro di Settimana S(an)ta che li paga la Chiesa, e procura da ogni individuo un imbuto di grano (2).

   La levatrice di nome Ignazia Massa d’anni 60. nativa dello stesso Villaggio. Donna di buon indole, e di servizi in tal impiego anni 16. Per l’esperienza sembra perita.

   In quanto al popolo, devesi sapere che è stato ed è tuttora ritroso ad intervenire di sera, e più feste di precetto al Rosario. A questa funzione sono stati sempre opposti per non rompersi il ballo, a cui intervengono anche gli usorati uomini anziani, i quali animando la gioventù a non sospenderlo (sotto pretesto che non se ne faceva mai alla sera) sono stati la causa, e d’essersi praticata la carcere, e di non essersi tuttora resi (intendi arresi). Anzi per tema della carcere sospendono il ballo e si trattengono più tosto in giuoco di palli (forse birilli), o se ne vanno in loro casa..

   I giorni festivi si trasgrediscono, massime nella estate a tempo di messe (intendi mietitura) e in tempo di ghiande.

   Non si sa che a tempo sia esposto il Santissimo Sagr(amen)to si tengano aperte le osterie, ma già si sa che a tempo del Rosario, e di Catechismo, non si è voluto interrompere mai quel giuoco di Palli, anzi molti che sarebbero disposti a venire in Chiesa, si fermano nel giuoco, il quale è come una rete o scoglio della Divozione.

   Non ci è Romito (intendi custode) alcuno, quantunque sia molto necessario per la Chiesa Rurale di V(ergine) e M(artire) Santa Suina (Santa Sofia).

   Si sono dimostrati questi popolatori sino adesso indocili alli ordini del Parroco, in ordine a presentare i bambini alle aque Battesimali con panno lino largo o con un fazzoletto, e non con camicia cucita e stretta sino al collo pericolo di tocarsi, e bagnarsi colle Sagre aque.

   La Decima si suol pagare d’ogni genere di frutti. Pagano anche i Sacerdoti sopra i beni propri.

   Nella Sagristia già vi è l’apparatora (intendi armadio), ma questa sbagliata da suo principio viene cercata nel suo interno cioè nei calassi (intendi cassetti o tiretti) dai sorci, pro cui motivo vengono l’indumenti sagri conservati in altro luogo. E fatta vedere dai periti han giudicato che vi vuole una dozena di tavole ad accomodarla.

   Già vi sono in ambi ingressi di Chiesa le pile d’aqua benedetta che si rinova in ogni Sabbato della Settimana.

   Il pulpito è vecchio, e bisognerebbe rifatto.

   I confessionari già hanno le loro crate (intendi grate), e già vi è il Gazzofillaccio (3).

   Riferisce ancora il rettore Figus che la spesa occorrente per rimettere a posto la chiesa parrocchiale, in stato veramente precario, ammonta, secondo la perizia eseguita dai muratori Isidoro Casula e Francesco Atzei, a  936 scudi. (Ricordo che in tale periodo con uno scudo si poteva acquistare una pecora da latte).

   Penso che a seguito di queste brevi ed interessanti notazioni di carattere storico sussistano validi elementi per supportare i lettori ad una breve visita nel piccolo centro della Giara, nella regione denominata Marmilla.

Per concludere rilasciamo qualche nota di carattere statistico- demografico:

a)      Morgongiori alla data della visita dell’Angius ha una popolazione di 811 anime

b)      Nel 1951 detto centro raggiunge il picco dei 1500 abitanti.

c)      Nel censimento del 2013 il numero dei residenti si attesta sulle 757 unità.

Da una nostra analisi condotta sul quarantennio che va dal 1951 al 1991 abbiamo rilevato che lo spopolamento di detto periodo ha risentito per ogni decennio di una perdita di 125 unità con una percentuale decennale pari all’8,2 per cento. La retta di regressione, ottenuta con il metodo dei minimi quadrati, è definita dalla seguente equazione y = – 125 x + 1521 dove il coefficiente angolare è rappresentato dal valore -125 (il numero dei residenti in perdita)  mentre l’ordinata all’origine è rappresentata dal valore  teorico 1521.

Questi i valori grezzi dei quaranta anni in questione (5):

Anno 1951 Abitanti 1500
Anno 1961 Abitanti 1449
Anno 1971 Abitanti 1243
Anno 1981 Abitanti 1129
Anno 1991 Abitanti 1037

Note:

(1)    Le Scuole Normali vennero istituite in Sardegna con il Regio Editto del 24 giugno del 1823.

(2)     Lo starello o moggio dal latino modium, è una misura di capacità di 50 litri. Lo starello del Capo di sopra si divide in dieci imbuti mentre il moggio cagliaritano in 16 imbuti.

(3)     Il gazofilacio rappresenta la cassetta per le offerte dei fedeli.

(4)     Per ulteriori approfondimenti si rimanda al lavoro: Lo spopolamento dei comuni dell’Oristanese e del Nuorese nel quarantennio (1951-1991)

(5)    Cfr. Popolazione residente dei Comuni-Censimenti dal 1861 al 1991 – Circoscrizioni territoriali al 20 ottobre 1991. (ISTAT)

Morgongiori 1836. Ritiro dei frutti decimali.

17 Agosto 2016 Nessun commento

Morgongiori 1836

 Ritiro dei frutti decimali (1)

   Ill(ustrissi)mo, e R(everendissi)mo Monsig(no)r Vescovo Sig(no)re P(adro)ne Col(endissi)mo

   Ho fatto già tanti eccitamenti ai di V.S. Ill.ma R.ma raccomandati (2) in Ales p(er) i frutti decimali di questa Sua Mitra, e p(er) anco non avuto la sorte di vedere provvidenza alcuna.

    Il tempo di ritirarli è avvanzato, la neccessità di ritirarli è troppo grande, stantecchè ho il cece in Cucina nel focolare, l’orzo in una piccola Sala, la fava nella casa di letto, ed il grano in una casa d’affitto, molto pericolosa, e facile a corrompere il grano, e tutto questo p(er) essere un Villaggio, in cui non può trovarsi un locale atto, a poter capire (custodire) comodamente questi frutti.

   Epperciò mi faccio un dovere di renderne avvisata V.S. Ill.ma R.ma, ed attesa la sua innata bontà, e prudenza, ne spero la opp(ortu)na provvidenza, ed offrendoLe la mia debole servitù, passo al preggio di bacciarLe umilm(en)te il sagrato anello.

Di V.S. Ill.ma R.ma

   Morgongiori li 23. 7(m)bre 1836

Umil(issi)mo D(evotissi)mo ed Ubb(idientissi)mo Suddito

Gio(vanni) Efisio Contu (3)

Note:

(1)    Al pagamento della decima parte di tutti i frutti prodotti a Morgongiori sono tenuti anche i sacerdoti.

(2)    Meglio ….ai raccomandati di V.S. Ill.ma R.ma.

(3)    Giovanni Efisio Contu è un sacerdote della parrocchia di detto centro.  A presentarlo in questa veste al vescovo di Ales Antonio Raimondo Tore, è il rettore parrocchiale Michele Figus il quale, facendo seguito alla lettera pastorale spedita dal presule da Villacidro in data 15 novembre 1828, così riferiva: Il Vice parroco di d(ett)o Villaggio si chiama GiovanEffisio Contu nativo dello stesso luogo, d’anni trentacinque, e di servizio otto, cioè quattro in Mogoro e quattro in questo Villaggio nel quale  si è dimostrato sempre sollecito per l’adempimento del suo dovere. Convive colla sorella, nipotino ed un servitore.

Giovanni Mura